venerdì 31 marzo 2017

Paradiso perduto

lasch

«Come può accadere che delle persone serie continuino a credere nel progresso, malgrado le importanti confutazioni che parevano aver liquidato una volta per tutte la validità di questa idea?»

Muovendo da questo interrogativo, Christopher Lasch dà avvio in questo libro – vera e propria pietra miliare di ogni pensiero critico della modernità – a un’affascinante ricostruzione storica, filosofica, sociologica dell’idea di progresso, ultima fede, autentica religione secolarizzata dell’occidente. Il libro parte dall’interpretazione largamente accettata secondo la quale l’idea di progresso rappresenterebbe la versione secolarizzata della fede cristiana nella provvidenza. Opponendosi, infatti, al mondo antico e alla sua visione ciclica della storia, e rivendicando all’opposto una direzione di quest’ultima – dalla caduta dell’uomo alla sua definitiva redenzione –, la cristianità avrebbe permesso all’occidente di concepire la storia come un «processo generalmente in moto verso l’alto».
Per Lasch, tuttavia, nel ventesimo secolo quest’idea del progresso basata sul pensiero di una «finalità» della storia, sulla speranza in un qualche stato finale di perfezione terrena, diventa «la più morta delle idee morte», spazzata via dal fallimento dei totalitarismi e di ogni considerazione utopistica del futuro. Nel secolo scorso si mostra, infatti, in ambito soprattutto anglosassone, l’estrema secolarizzazione della fede nel progresso. La sua idea viene separata dalla città celeste e riportata sulla terra, e la fede nel progresso diventa fede nel «progresso tecnologico» e nell’estensione del benessere materiale, dell’abbondanza e del consumo. È allora anche che ogni critica del progresso viene bollata come una faccenda di oscurantisti, chiacchiera di tutti coloro che «si rifugiano nella devozione, nell’estetica e nel mito».
Il risultato è che questa cieca fede nel progresso appartiene oggi in egual misura tanto alla destra che propone di mantenere il nostro standard di vita smodato a spese del resto del mondo e delle nostre stesse minoranze, quanto alla sinistra che pensa, invece, di estendere gli standard di vita occidentali al resto del mondo. Un programma suicida, per Lasch, perché nel primo caso approfondirà il solco che separa le nazioni povere da quelle ricche e genererà moti di ribellione e terrorismo sempre più violenti contro l’occidente; e, nel secondo, porterà ancora più rapidamente all’esaurimento di risorse non rinnovabili, all’inquinamento irreversibile dell’atmosfera terrestre e alla distruzione del sistema ecologico da cui dipende la vita dell’uomo.
Tutto ciò rende urgente, per Lasch, la costruzione di un punto di vista radicalmente nuovo che tagli corto sia con la convinzione che il nostro standard di vita sia destinato a un costante miglioramento, sia con l’altra faccia dell’ideologia del progresso: quella struggente nostalgia che essa produce per la semplicità passata, per le comunità del «mondo che abbiamo perduto».

(dal risvolto di copertina di: Christopher Lasch: Il paradiso in terra. Il progresso e la sua critica, Neri Pozza)

La parabola discendente dell’idea di progresso
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di Alberto Gaiani -

Sul numero dell’Economist che ha chiuso l’anno passato, un articolo titolato The future of liberalism: how to make sense of 2016 avanzava la semplice tesi per cui, nonostante le sconfitte che il pensiero liberale e la democrazia sembra stiano accumulando in diverse regioni del mondo con l’avanzata di personaggi e movimenti politici populisti, reazionari, antielitisti, protezionisti o parafascisti, il liberalismo ha ancora grandi possibilità di incidere sulle scelte politiche, economiche e sociali degli stati, purché sappia uscire dal torpore che lo ha connotato negli ultimi decenni.
I liberali – sostiene l’articolo – devono tornare a parlare agli scettici e ai pessimisti, a coloro che non credono nel progresso o pensano escluda ampie parti della popolazione dall’accesso al benessere. Ma il significato di categorie come liberalismo, populismo, totalitarismo, conservatorismo; e progresso, sviluppo, crescita, benessere è non solo tutt’altro che certo ma probabilmente poco funzionale a descrivere e interpretare i fenomeni che hanno riguardato gli ultimi anni.
Nel 1991, Christopher Lasch, autore di saggi molto celebri come L’io minimo, La cultura del narcisismo e La ribellione delle élite, pubblicò un libro intitolato The True and Only Heaven: Progress and his Critics, già tradotto da Feltrinelli nei primi anni novanta, e ora riproposto da Neri Pozza con il titolo Il paradiso in terra Il progresso e la sua critica (traduzione di Carlo Oliva: (pp. 670, euro 22,00), che nonostante sia inevitabilmente datato per alcuni aspetti, costituisce un riferimento essenziale per provare a mettere a fuoco un lessico politico in grado di spiegare quanto accade. È, nel senso pieno del termine, un saggio di storia delle idee, molto articolato e dettagliato, concentrato in modo esclusivo sulla situazione statunitense, che non indulge mai a un tono generalista, non avanza velleità teoriche, e porta a suffragio delle proprie tesi e dei propri argomenti fatti, riferimenti puntuali, citazioni.
L’idea di progresso è il fulcro di tutto il ragionamento, il filo rosso – spesso lasciato sottotraccia – che permette di problematizzare le categorie politiche dominanti nel dibattito pubblico dell’ultimo secolo e mezzo, ancora oggi utilizzate. Forse – scrive Lasch – «dobbiamo andare più a fondo e chiederci se destra e sinistra ormai non condividano un tale numero di convinzioni di fondo, compresa quella della desiderabilità e dell’inevitabilità dello sviluppo economico», da rendere il loro conflitto, per quanto acceso e lacerante, sconnesso dai temi politici centrali nella vita degli stati e dei loro cittadini.

Contro l’opinione diffusa, Lasch sostiene che l’idea di progresso non ha una radice religiosa e non deve il proprio fascino a una visione millenaristica del futuro, «ma all’aspettativa, apparentemente più realistica, che l’espansione delle forze produttive possa continuare indefinitamente». L’origine di questa prospettiva sta nelle teorie di Adam Smith e dei suoi immediati predecessori: commercio, diritto di proprietà, libero mercato, lotta alla povertà, diffusione dell’istruzione sono i motori concreti di questa espansione inarrestabile. Tuttavia, a partire da un periodo che Lasch identifica nelle riflessioni degli storici e dei sociologi della seconda metà dell’Ottocento, «l’idea di democrazia finì con l’essere associata con una prospettiva di abbondanza universale. L’America finì per essere vista come una nazione non di cittadini, ma di consumatori. L’accostamento di progresso e consumo (…) permetteva agli americani di riabilitare l’ideologia progressista e di darle un fondamento nuovo e apparentemente solido».
Si evidenziarono così, con grande enfasi, i tratti di debolezza dell’ideologia progressista, che si espose a critiche acerrime, e salirono alla ribalta atteggiamenti passatisti, nostalgici, tradizionalisti. Ma anche questo era un errore – sostiene Lasch – uguale e contrario al precedente, un altro uso distorto del passato. L’atteggiamento nostalgico e la fiducia nel progresso tendono a rappresentare ciò che ci sta alle spalle «come qualcosa di statico e immutabile, in contrapposizione al dinamismo della vita moderna». E nonostante le divergenze di giudizio su questo dinamismo moderno, sta di fatto che in entrambi i casi si idealizza il passato e lo si fissa in una rappresentazione inerte e semplificata, perdendo del tutto il senso della sua persistenza, le sue tensioni, e soprattutto ciò che è ancora vitale e attivo nel nostro tempo.
Nel Novecento, una definizione ancora più radicale dell’idea di progresso, venne associata in modo irrevocabile allo sviluppo economico, da un lato, e all’affermazione della democrazia, dall’altro. Ma i problemi derivati erano maggiori di quelli risolti, dal momento che molti fattori – le due guerre mondiali, la consapevolezza dell’esauribilità delle risorse e il rischio sempre più imminente del disastro ambientale, un numero ingente di conflitti regionali, le migrazione di massa – hanno creato le condizioni di una crisi ancora più profonda di quella indotta dalla fiducia ingenua e irriflessa nel progresso. Nel XX secolo hanno visto la luce movimenti che Lasch raccoglie sotto l’etichetta di «immaginazione del disastro» e che si fanno forti di una concezione catastrofica del futuro; per contro, tra alcuni progressisti è maturato un profondo «disincanto tecnocratico».
È in questo contesto che il populismo ha ottenuto la sua grande visibilità. L’ideologia antielitista e antitecnocratica, l’individualismo proprietario, le politiche isolazionistiche e protezionistiche sono apparse come opzioni di successo, via via sempre più attraenti. I tentativi di riformulazione del pensiero liberale sono incappati in numerosi fallimenti, che fossero in questione le riprese del liberalismo classico o le versioni comunitariste. E, in fin dei conti, la teoria progressista sembra oggi un’arma spuntata e inutilizzabile. A farne le spese sono i suoi capisaldi: la partecipazione democratica, la libertà di scambio e di movimento, l’allargamento delle condizioni di benessere economico e dell’istruzione, la difesa dei gruppi sociali più esposti.
Lasch non pronuncia una valutazione conclusiva, perché il suo intento è descrittivo, non normativo. Ma se è vero che l’ideologia progressista ha manifestato limiti rilevanti, è altrettanto vero che i suoi avversari hanno proposto alternative settarie, intolleranti, e retrograde. Dunque, una difficoltà specificamente teorica ci impone di riesaminare e riformulare le parole e i concetti attraverso cui pensiamo e nominiamo ciò che concerne la nostra vita politica, e le categorie che informano la nostra vita associata.

- Alberto Gaiani - Pubblicato su Alias del 19 febbraio 2017 - 

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