lunedì 4 luglio 2016

Un appello all'insurrezione

khomri

Legge  el-Khomri: Per un movimento di lotta al'altezza dello scandalo
- di Benoit Bohy-Bunel -

Se i diritti dei lavoratori vengono messi in discussione, il movimento di contestazione sociale che denuncia questa sfida deve confrontarsi con un problema di ordine teorico e strategico.

Cosa significa? Le leggi come la legge El Khomri sono soprattutto ricche di insegnamenti. Il sistema che mette al primo posto finalità quali la "crescita", la "produttività", la "competitività", se garantisce che una legalità che permetta il suo funzionamento non esclude la negazione degli interessi vitali della classe lavoratrice (quella che pure rende possibile, in senso stretto, la creazione del valore), in questo stesso momento fa un'esplicita confessione. In un certo qual modo, ed in maniera paradossale, questo sistema si auto-denuncia. Proclama, spudoratamente, che quel che considera "virtuoso" corrisponde, nei fatti, ad un occultamento del vissuto qualitativo concreto di tutti coloro che fanno "funzionare" la macchina, vale a dire che esso corrisponde a ciò che è scandaloso in sé.

Questa confessione è un'occasione: la classe che detiene il capitale, e lo Stato che ne difende gli interessi, ci offrono il bastone con cui batterli. Un cinismo così chiaro ci fa definitivamente vedere come il sistema non abbia assolutamente niente di "sano" (cosa che il mito dei "Trenta gloriosi" tendeva a farci dimenticare). Un dimostrazione così radicale di disprezzo istituzionalizzato è un appello all'insurrezione.

Qual è il senso di una "provocazione"? Colui che provoca si aspetta una reazione proporzionata alla grandezza della provocazione. La legge El Khomri è una provocazione finale, che richiede una risposta a misura dello scandalo. In questo contesto, non si tratta di ridurla ad un'ennesima riforma rispetto cui si vorrebbe semplicemente esigere che venga "riscritta", o anche perfino "abolita". Si tratta piuttosto di compiere un salto qualitativo. Il sistema del valore accumulato mostra il suo vero volto, e bisogna saper cogliere quest'occasione.

L'inconscio degli agenti della manutenzione del sistema repubblicano è una vasta zona di rovine tutta da esplorare. Lì ci sono ideali di gioventù abbandonati, le rinunce, gli abbandoni. In questa zona regna sovrano un "bispensiero" (Orwell) che deve formulare - in modalità "fàtica" - delle prescrizioni tecnocratiche disincarnate delle quali è stato completamente dimenticato il significato propriamente "umano". La loro connessione sociale si riduce all'analisi quantitativa delle "curve" o dei "grafici", dei "sondaggi" o delle "statistiche", che non hanno più nulla di tangibile. In tutto questo patetico marasma , emerge allora una parola: la "virtù" di questo sistema - ci dicono - corrisponde alla necessità di calpestare coloro che ne permettono il suo funzionamento. E improvvisamente, ci viene offerta, indirettamente ma sicuramente, un'amara verità che avremmo preferito non vedere: il sistema in questione non ha, e non ha mai avuto nemmeno per un attimo, come finalità quella di avere considerazione e riconoscenza per i suoi membri che lavorano.

Un individuo che ammette che la sua "virtù" consiste nell'occultamento-distruzione degli altri si auto-accusa: la sua provocazione richiede una reazione proporzionata. Analogamente, un sistema che rende possibili delle leggi come la El Khomri ci invita alla sua radicale messa in discussione, alla sua radicale distruzione. Inconsciamente, gli agenti della manutenzione del sistema repubblicano, proponendo o sostenendo dei progetti che negano in maniera così scandalosa l'essere umano, sanno di suscitare una reazione proporzionata: sono guidati, loro malgrado, da una logica irreversibile, che è la logica dell'auto-superamento del capitalismo, verso una società post-capitalista.

Bisognerebbe quindi avere la capacità di essere all'altezza dello scandalo. In questo movimento di lotta contro la legge El Khomri, ci sono due opzioni da prendere in considerazione: o noi rivendichiamo esclusivamente la soppressione della legge (e in questo modo, se vinciamo su questo terreno, potremo tornare alle nostre "normali" attività, potremo continuare a sopravvivere in un sistema che ha esibito in maniera così fiera il suo intrinseco nichilismo); oppure possiamo approfittare di quest'occasione per promuovere, in maniera più generale, la distruzione radicale del sistema, ed il passaggio a nuove forme sociali ed economiche.

Ovviamente, le due opzioni non si escludono a vicenda. In primo luogo, in un contesto che non è ancora rivoluzionario, vanno difesi i diritti dei lavoratori se questi sono minacciati, nella misura in cui, fintanto che il capitalismo non è stato distrutto, bisogna pur vivere, e bisogna farlo nelle migliori condizioni possibili. Ma deve anche essere possibile - e credo perfino necessario - tenere insieme i due obiettivi: mentre difendiamo i diritti dei salariati, mentre tentiamo di ridurre le disuguaglianze a livello di distribuzione delle merci e del valore, mentre cerchiamo di evitare che la politica dei politici produca dei guasti irrimediabili, potremmo anche preparare l'avvento di una società nella quale saranno aboliti il lavoro, la proprietà privata dei mezzi di produzione, la merce, il valore, e lo Stato. Così l'attuale focalizzazione sulla legge El Khomri (che non è un pretesto, ma è piuttosto un detonatore) non finirebbe per esser priva di un orizzonte rivoluzionario, e di un progetto post-capitalista.

Essere all'«altezza» della confessione scandalosa che ci è stata fatta, essere all'altezza di una provocazione che ha rivelato il sistema nel suo essere amorale e nichilista, potrebbe essere questo: sostenere una lotta più radicale, mettere fondamentalmente in discussione le regole del gioco economico e sociale, al di là di ogni inessenziale riaggiustamento cosmetico.

La legge El Khomri ci rivela l'essenza del lavoro in regime capitalista. Ricordiamoci di questa lezione. Qual è questa lezione? Il lavoro, innanzitutto, è in crisi. La rivoluzione micro-informatica ha reso sempre meno indispensabile il lavoro vivente. Il ricorso massiccio all'automazione della produzione , che consente vantaggi concorrenziali, ha prodotto l'inutilità relativa di un buon numero di lavoratori. Più esattamente, quest'inutilità è solo relativa in quanto, fondamentalmente, il sistema capitalista ha bisogno, sotto banco, di lavoro vivente sfruttato, affinché si accumuli, e affinché venga mantenuto il valore, essendo la forza lavoro la sola "merce" in grago di creare più valore di quanto essa costi. Di fronte a tale contraddizione, il capitalismo fa i conti con una radicale ed irreversibile svalorizzazione del valore. Il lavoro, diventato inutile, ha cominciato ad affermare la sua necessità irriducibile. La traduzione politica di questa tensione inerente al capitalismo non è il riconoscimento finale del lavoratori, ma è piuttosto la loro irrimediabile precarizzazione, per mezzo di una legislazione appropriata: in quanto l'estrazione di plusvalore deve essere più "aggressiva", più "efficace", nella misura in cui il sistema fa i conti con la potenzialità della propria auto-distruzione.

Un'altro insegnamento: il lavoro non vale in quanto produce un concreto valore d'uso, in grado di avere una concreta e virtuosa utilità sociale, ma vale solo in quanto consente una "crescita" quantitativamente ed astrattivamente concepita. Con la legge El Khomri, ciò che emerge è l'idea del "lavoro in generale", di lavoro "tout court": poco importa quale sia la vostra attività, il modo in cui voi vi riconoscete in essa, ed il modo in cui essa serve al bene comune; ciò che importa, è innanzitutto il fatto che questa attività sia salariata e produttrice di valore astratto. Poiché la "crescita" che preoccupa così tanto i politici non è altro che una sfida disincarnata, al di là di qualsiasi progetto ragionevole o autenticamente umano.

La legge El Khomri ci rivela l'essenza dello Stato repubblicano in regime capitalista. Ricordiamoci di questa lezione. Qual è questa lezione? Lo Stato non è altro che il manager del capitalismo. Le sue finalità (produttività, competitività) possono essere tutte ridotte al concetto di profitto (profitto che riguarda un'infima minoranza della popolazione). Il modo in cui definisce la sua gestione del complesso sociale si riferisce ad un modo di privilegiare sistematicamente un insieme di interessi privati che negano il benessere comune. Il "bispensiero" di cui lo Stato è portatore consiste nel far passare alcuni problemi mal definiti (crescita) per delle questioni che riguardano un qualche "interesse generale" astratto ed immediatamente seducente. Ma ogni universale astratto, tuttavia, recupera nella sua tendenza totalitaria un particolare concreto, facendolo passare falsamente per il tutto, laddove non è altro che una parte non rappresentativa di questo tutto. Con delle leggi come la El Khomri, lo Stato repubblicano ha reso una confessione: la libertà per lui non è e non è mai stata nient'altro che la libertà di fare impresa (o di consumare); ma questa libertà è il contrario della libertà politica in senso stretto, la quale è una libertà positiva in azioni ed in parole; per lo Stato, l'uguaglianza è un'uguaglianza quantitativa che attiene alla sfera della circolazione delle merci; ma quest'uguaglianza si basa sul principio inegualitario per eccellenza (lo sfruttamento). Prendere atto di tale confessione, significa prendere atto di un fatto importante: lo stesso Stato che afferma la necessità di difendere i principi democratici si trova sul punto di affermare che esso stesso richiede la sua propria abolizione, nella misura in cui difende l'opposto della democrazia. È tale la conseguenza del "bispensiero" in ambiente democratico: sono i "rappresentanti" al potere che esigono, pur se inconsciamente, di essere rovesciati, e chiedono che venga loro fatta smettere tutta questa mascherata. Se fossero conseguenti, e se comprendessero realmente ciò che significa la loro difesa della "democrazia", sarebbero loro stessi a non voler più governare, e riconoscerebbero la legittimità di ogni movimento di disobbedienza civile. Su questo punto, perciò, ascoltiamoli e facciamoli essere coerenti con il loro desiderio inconscio: abbattiamo il loro sistema, visto che sembrano desiderarlo così tanto (per quanto non sappiano di desiderarlo...).

Sarebbe assurdo voler salvare quello che viene chiamato "economia reale" attaccando la legge El Khomri. Poiché quello che in ambito capitalista si chiama ideologicamente "economia reale" è in realtà il regno dell'astrazione, è la negazione di ogni qualità e di ogni progetto cosciente. L'«economia reale», è il movimento tautologico ed autoreferenziale DMD' (Denaro - Merce - Ancora più denaro). Il capitalista compra dei fattori di produzione (DM), poi vede il suo valore di partenza aumentare (A') nella misura in cui il lavoratore ha svolto un pluslavoro. In questo processo, è il denaro in quanto astrazione quantitativa che si trova all'inizio e alla fine del movimento. Conta solo l'astrazione in quanto astrazione. Il fatto che i prodotti del lavoro abbiano una certa utilità sociale (o siano inutili) non conta assolutamente niente; il fatto che il lavoratore si "riconosca" nel suo lavoro, o nella sua funzione sociale, non conta assolutamente niente, dal momento che non è altro che un agente del valore, un'aliquota parte di un tutto numericamente definito. Perciò, la crescita promessa dallo Stato manager del capitalismo, questa crescita che attiene ad una qualche "economia reale" concepita in maniera confusa, in realtà non è altro che la negazione dell'esistenza di una dimensione concreta e cosciente (ossia reale) nelle sfere della produzione e della circolazione. Se il movimento che si oppone alla legge El Khomri non rimette in discussione queste regole del gioco (denaro per denaro, in assenza di ogni controllo cosciente delle sfere economiche e sociali), se si limita solo a rendere "più virtuoso" il sistema salariale, o la valorizzazione delle merci, non potremo porci all'altezza dello scandalo e della confessione (auto-denuncia) di cui siamo stati testimoni.

Alcuni "pensatori ufficiali" del movimento parigino non sono all'altezza dello scandalo. Lordon, focalizzandosi troppo spesso sulla denuncia del sistema "pernicioso" della finanza, mostra come qualche aggiustamento cosmetico (dare più potere allo Stato, regolare i flussi finanziari, ecc.) lo renderebbe molto soddisfatto. Ma la finanza non è altro che la manifestazione superficiale delle follie provocate dalla cosiddetta "economia reale" (DMD'). Deplorare le "devastazioni" della finanza in maniera indignata è sterile ed inefficace (e può anche sfociare in un rancido antisemitismo). La finanza produce dei disastri solo perché "l'economia reale" è in sé folle e assurda (è im mondo a testa in giù, un sistema che inverte i fini ed i mezzi). La finanza produce quel che produce solo perché essa dipende da una sfera produttiva che è in sé folle ed assurda: il sistema del lavoro astratto, del valore, del denaro, della merce. Ma allora, quel che bisogna fare è attaccare immediatamente il problema alla radice, e cominciare a decostruire queste categorie che sono state naturalizzate dagli economisti "borghesi" (cosa che Lordon, sempre inconseguente, non fa seriamente).

Un movimento di lotta radicale non deve appropriarsi delle categorie stabilite dal sistema che combatte, per mirare semplicemente alla loro "purificazione". Ma deve creare un nuovo punto di vista. Perché è in seno alla logica di tali categorie che si trova il punto critico: ad esempio,la logica del valore come fine in sé, inseparabile dalla categoria del lavoro come astrazione, produce una totale assenza di controllo da parte dei responsabili della produzione; questa è in sé una putrefazione del sistema, e non è "modificando" dall'interno tali categorie che si potrà uscire dalla stagnazione che deploriamo (ciò pone, ad esempio, in maniera assai precisa, un problema ecologico di prim'ordine: l'auto-movimento del valore, che rende impossibile ogni limitazione cosciente della produzione, ci spinge verso una fuga in avanti disastrosa, ecologicamente parlando). I comunisti "tradizionali", nell'impegnarsi nel movimento, oggi vorrebbero far passare il loro piccolo messaggio: si tratterebbe di rivendicare una distribuzione più "egualitaria" delle categorie capitaliste (valore, merce, denaro, valore). Inutile dire che si tratterebbe di imborghesire il proletariato (che poi, non sarebbe più in grado di continuare a lottare). Riappropriandoci in questo modo delle categorie capitaliste, faremmo vivere lo spirito capitalista in maniera pericolosa, ossia quello spirito secondo il quale nella sfera economica non è possibile alcun controllo umano. Troppi "comunisti" oggi fanno vivere lo spirito del capitalismo (Mélenchon, NPA, Friot, ecc.). Essere all'altezza dello scandalo e della confessione che costituisce la legge El Khormi, quindi dovrebbe significare criticare radicalmente le categorie di base del capitalismo, piuttosto che rivendicarne la loro "purificazione", nella misura in cui il loro carattere fondamentalmente distruttivo ed incosciente dovrebbe essere rivelato.

Da parte sua, Bernard Friot propone appunto un sistema di valorizzazione e di lavoro salariato che verrebbe "purificato". Non mette in discussione il sistema del valore o del lavoro salariato, ma al contrario tende ad ampliarlo. Inoltre, mantenendo una logica statalista, nella sua folle ed irrealizzabile utopia, dimentica che la logica dello Stato, storicamente, è quella degli Stati-nazione. Non c'è statalizzazione senza nazionalismo. E, d'altra parte, non c'è nazionalismo al di fuori del quadro del libero scambio. Gli Stati-nazioni si sono costituiti nel quadro di un'economia di mercato che tende a globalizzarsi e nella quale gli Stati, partner o concorrenti, devono soddisfare alle ingiunzioni relative all'accumulazione del valore. È propriamente impossibile, in tal senso, proporre di rimettere in discussione delle regole del gioco capitalista  in un quadro statale, cioè a dire nazionalista. Sta proprio in questo la trappola di ogni "comunismo riformista", se si può usare tale termine: in ultima analisi, vengono ammesse le regole del gioco produttivista, e ci si accontenta di modificare superficialmente un sistema che d'allora in poi vedrà consolidare sotterraneamente le proprie aberrazioni e le proprie follie. Inoltre, Bernard Friot, riabilitando perfino una rancida meritocrazia inegualitaria (la maggior parte dei diplomati saranno quelli che verranno pagati meglio, nel quadro della sua concezione di "salario a vita"), non si ricorda nemmeno delle lezioni di Bourdieu, sebbene sul terreno dell'egualitarismo neanche queste tenevano la strada. Non possono essere simili individui, bene installati in un'istituzione che non vede in loro un gran pericolo, a portare un discorso alternativo che sia all'altezza dei problemi sollevati dal movimento di lotta sociale contro la legge El Khomri.

Non potremmo neanche rivendicare l'avvento di un nuovo Stato-Provvidenza. Lo Stato Provvidenza promulga delle leggi che rendono più vivibile l'alienazione del lavoro, ma accresce anche la servitù collegata alla schiavitù moderna. Inoltre, lo Stato Provvidenza avrà la tendenza a purificare la logica del valore, ossia a consolidare il sistema economico rispetto al quale non è possibile alcun controllo umano. Assai spesso, lo Stato Provvidenza è paradossalmente un'occasione per i capitalisti (i quali, inconsciamente, hanno la tendenza a distruggere il loro proprio sistema). Peggio ancora, lo Stato Provvidenza, oltre al fatto che non può mai essere durevole, secondo un meccanismo ciclico inesorabile, tende a ritardare la crisi e a far dimenticare le aberrazioni e le follie che si sviluppano a livello sotterraneo. Non possiamo sperare in un ritorno ai Trenta gloriosi: dal momento che i Trenta gloriosi, meccanicamene, non possono evitare la crisi del 2007.

Delle semplici riforme politiche, formulate nel linguaggio della politica (nel linguaggio del potere separato del pensiero e del pensiero separato del potere) non sono per niente utili. Questo genere di progetto è perfino pernicioso, nella misura in cui tende a ridurre il punto critico ad uno pseudo-problema di sovranità cittadinista, laddove il problema si pone invece a livello di rapporti di produzione. Mélenchon, con la sua sesta repubblica, la sua nuova costituzione, è inadeguato, oltre al fatto che sviluppa un rancido populismo, un comunismo-capitalista, ed un nazionalismo mascherato: focalizzandosi sulla sovrastruttura politica, suppone che la politica politicista sarebbe il terreno sul quale si porrebbero i problemi principali della lotta; dimentica che il sistema cui appartiene non potrebbe mai avere il minimo "impatto" sulla ristrutturazione radicale delle condizioni economiche; occultando completamente le basi di qualsiasi materialismo storico, produce un discorso astratto inefficiente che si dissolve nella chiacchiera spettacolare in cui si scambiano a buon prezzo varie merci ideologiche indifferenziate.

Etienne Chouard, la cui povertà intellettuale non ha bisogno di essere dimostrata, da buon confusionista rossobruno mescola populismo, nazionalismo e socialismo, in un imbroglio incongruente. Come un pollo decapitato, forse ha letto Arendt, e grazie a lei ha riscoperto le "virtù" dichiarate della polis ateniese. Le sue idee, che si contano sulle dita di una mano, non solo ignorano il materialismo storico, ma sono inoltre del tutto astruse: conta solamente l'atto di apparire per manifestare la sua piccola originalità. Perché invece non rileggere Arendt, che formula assai più chiaramente questo genere di idee (e senza un background fascista), anziché diffondere questo genere di sciocchezza pericolose, che non aiutano in niente a fare avanzare la lotta? Questi momenti di contestazione sono troppo importanti per continuare a dare la parola a simili pericolosi clown. A partire da ciò che è in grado di soddisfare la mente, si può misurare il peso della sua perdita!

Facciamo quindi tacere coloro che vorrebbero essere i "pensatori ufficiali" del movimento che sta nascendo. Se si tratta di un movimento autonomo, se si tratta dell'apertura di una breccia, di un'alternativa radicale, non dovremmo avere bisogno di intellettuali specializzati, o mediatizzati, che appartengono al vecchio mondo, e che consolidano un rapporto di maestro ed allievo, da "fan" a "star", da proletari simbolici a "people" (rapporto spettacolare per eccellenza, che si oppone ad ogni forma di emancipazione).

Qui, non ho fatto altro che parlare a mio nome. E, se ho detto "noi", è perché ho creduto, nel dialogo con altri compagni, che ci potevano essere delle preoccupazioni comuni. Nondimeno assumo le mie osservazioni in prima persona, e ritengo che questo "noi" attiene ad una comunità che vorrei, piuttosto che ad una realtà fissa e definitiva.

Personalmente, vorrei essere all'altezza dello scandalo e della confessione che la legge El Khomri ha rivelato. Ciò per me significa: inserirmi nella lotta rivendicando l'abolizione del lavoro, del valore, della merce, del denaro, e dello Stato, per preparare una società dove regnino l'auto-organizzazione e la democrazia diretta.

- Benoit Bohy-Bunel - Pubblicato il 13 aprile 2016 sul blog benoitbohybunel -

fonte:  Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

2 commenti:

Benoît Bohy ha detto...

Merci pour la traduction!

Benoît BB

Franco Senia ha detto...

Grazie a te per l'originale! :-)

Franco