venerdì 29 aprile 2016

Le prove

prove

Come si può vedere dal grafico qui sopra, con l'aumentare delle ore di lavoro non si incrementano i salari, né tanto meno la diminuzione dell'orario di lavoro porta ad avere salari più bassi.
Nell'eurozona, si vede che con il diminuire delle ore di lavoro (asse X), aumentano i salari (asse Y).
L'eurozona ci permette di studiare direttamente la relazione empirica fra ore lavorate e salari, in quanto la valuta comune fa sì che non ci sia bisogno di aggiustare i dati secondo il tasso di cambio della valuta.
I dati, forniti dall'OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), mostra come la Grecia, con il suo orario di lavoro più prolungato rispetto agli altri paesi, abbia i salari fra i più bassi di tutta l'eurozona, mentre la Germania, che ha l'orario lavorativo più corto, si trova fra i paesi con i salari più alti.
Osservando il grafico, si può notare che esiste una correlazione inversa fra ore di lavoro e salari.
I marxisti, i quali sostengono che una riduzione dell'orario lavorativo porterebbe ad un crollo dei salari, non hanno alcuna prova, né empirica né teorica, che possa servire a sostenere i loro argomenti. Come al solito, stanno soltanto rigurgitando le loro consuete sciocchezze borghesi secondo le quali la schiavitù salariale è un bene per i lavoratori.

fonte: The Real Moviment

2 commenti:

Anonimo ha detto...

"la schiavitù salariale è un bene per i lavoratori."
Quali droghe bisogna prendere per sognarsi marxisti che sostengono ciò?

Franco Senia ha detto...

Volendo, sul post precedente puoi consultare un'ampia bibliografia.