domenica 10 aprile 2016

I miserabili

antigiudaismo basso

L’antigiudaismo che esamina David Nirenberg in questo libro non è solo l’insieme dei pregiudizi e delle persecuzioni contro gli ebrei: è una delle modalità fondamentali con cui il pensiero occidentale ha definito se stesso e il proprio modo di interpretare il mondo in contrapposizione a una tradizione diversa. Come spiega l’autore, «L’antigiudaismo non va inteso come un anfratto arcaico e irrazionale nel vasto edificio del pensiero occidentale, ma come uno dei principali strumenti con cui tale edificio è stato costruito». Se l’antisemitismo prende di mira la concreta esistenza degli ebrei, le loro pratiche culturali e religiose, l’antigiudaismo si concentra su tratti e caratteri attribuiti all’influenza della tradizione ebraica ma rintracciabili anche al di fuori di essa, dal letteralismo religioso al materialismo.
Già nel mondo antico si affaccia il motivo ricorrente di una “diversità ebraica” che anticipa, spesso con toni e caratteri simili, l’antigiudaismo cristiano e occidentale: è da qui che parte il viaggio di Nirenberg, per tracciare la storia del rapporto dell’Occidente (e del mondo islamico) con l’idea di giudaismo, in un percorso che da san Paolo arriva fino alla tormentata riflessione novecentesca sulle cause dell’antisemitismo e sul ruolo dell’ebraismo nell’Occidente contemporaneo.

(dal risvolto di copertina di: David Nirenberg: L’antigiudaismo. La tradizione occidentale, Viella, pp. 442, € 39)

antigiudaismo

«Antigiudaismo»: Dalle Edizioni Viella un saggio dello storico americano David Nirenberg
di Igor Mineo

Le domande sulle origini dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo hanno accompagnato gran parte della riflessione sul Novecento. Domande incerte,il più delle volte, perché gravate dall’aura di inspiegabilità dell’olocausto. «Lo storico- diceva Hannah Arendt subito dopo la guerra - non si raccapezza
più». E anche oggi rimane molto forte l’irriducibilità dell’evento, piantato al cuore del secolo, a uno schema ordinario di storicità. Al fondo, la questione resta più o meno da settanta anni la stessa, e costituisce l’avvio del libro di David Nirenberg, Antigiudaismo La tradizione occidentale (traduzione di Giuliana Adamo e Paolo Cherchi, Viella, pp. 444, € 39,00): «come è possibile che nel mezzo del XX secolo un impressionante numero di  cittadini fra i più colti del mondo abbia voluto e  potuto credere che il giudaismo costituisse una minaccia contro la  civiltà talmente grave da imporre lo sterminio degli ebrei». Il trauma, come un sisma fortissimo che si riverbera molto lontano dall’epicentro, ha indotto a misurare in funzione dell’evento sconvolgente non solo lo spazio culturale dell’Europa tra Otto e Novecento, ma territori molto più estesi che includono la «modernità» rivoluzionaria, e, via via risalendo, la storia intera del cristianesimo, e a volte ancora più remoti recessi.
Nirenberg si tiene alla larga, in verità, da metodologie scopertamente teleologiche e insiste a più riprese sulla fragilità di retroproiezioni e frettolosi dispositivi causali. Tuttavia, nell’amplissimo arco cronologico del suo libro la notevole diversità dei contesti viene volutamente attenuata a favore della sottolineatura dei fattori di condivisione. La sua ricostruzione, attraverso i secoli, di quella che è la tradizione europea a dell’antigiudaismo, va alla ricerca - dunque - dei momenti più carichi di futuro: discorsi e idee che assumono spessore, se almeno un po',sganciati dal loro presente e letti in rapporto alle forme più moderne di antigiudaismo. Il libro ha cosi il pregio di fornire una sorta di enciclopedia dei principali loci communes dell’antigiudaismo occidentde, e di attenersi con molta coerenza al criterio di guardare ai discorsi e alle idee sul pericolo ebraico come forme di autorappresentazione: l’antigiudaismo è interessante non per quello che racconta sugli ebrei ma per quello che rivela sui soggetti che produssero e riprodussero giudizi (più o meno preconcetti) antiebraici.
I  difetti sono direttamente proporzionali all'ampiezza dell’impresa e sono di due tipi: da un lato la difficoltà di dare coerenza alla concatenazione delle voci disperse in un arco temporale di più di due millenni; dall’altro il sentimento di frustrazione di fronte all'impossibilità di rispondere, alla  fin  fine, alla domanda capitale e di dare conto in modo persuasivo del «nesso» tra passato/passato e passato/presente.
Questo nesso  - ci dice l’autore - c’è (o  non  può  non  esserci), ma è difficile dire come sia fatto, salvo documentare la continuità di alcune tipologie discorsive di giudizio autigiudaico. Ma che la continuità della documentazione sia il riflesso della continuità degli atteggiamenti, dei sentimenti e, soprattutto, delle pratiche sociali e politiche ostili alla presenza, reale o immaginata, degli ebrei, questo rimane largamente congetturale: occorre sempre convocare l’esperienza novecentesca, malgrado la sua evidente eccezionalità, per restituire alla trama un po’ di unità.
L'ansia, ben comprensibile, che Nirenberg dimostra nell’evidenziare l'impressionante profondità delle idee antigiudaiche, lo porta a trascurare cosi le rotture e con esse i mutamenti di significato malgrado la continuità dei significati. È possibile, ad esempio, ritenere che ‘ebrei’/giudaismo e le loro antitesi mantengano lo stesso significato dopo che il cristianesimo ha costruito la sua imprevista egemonia? Alla luce della quale l’ebraismo è costretto nel ruolo inedito, ambiguo o decisamente negativo, di testimone privilegiato ma ostinatamente inconsapevole del nuovo tempo, da incubatore della nuova legge, ma anche di stolto presidio della lettera vecchia? Che relazione sensata si può rintracciare fra tutto questo e le tensioni fra «egiziani» e «ebrei» che si dipanano in quel tempo smisurato compreso fra il VI secolo a.C. e il II d.C.?
Cambiamo scenario, ed  entriamo nell’Europa in subbuglio degli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione francese. Le reazioni a caldo alla scossa dell’89 furono molte e alcune avrebbero fatto epoca. Ciascuna a proprio modo, naturalmente quella di Edmund Burke, ad esempio, era ispirata da sentimenti opposti  a  quelli  che  il  giovane  Fichte  metteva  per  iscritto  nei  suoi Contributi filofrancesi. Moderato e inorridito dalla novità rivoluzionaria l'uno, nazionalista e «progressista» il secondo. Ad entrambi però capitava di ricorrere senza molti problemi ai più frusti pregiudizi antiebraici. Quelli di Fichte ci appaiono particolarmente ripugnanti. Occorrerebbe, per ovviare all'ostinata autonomia degli ebrei, «tagliare la testa a tutti loro in una notte e sostituirvene un’altra in cui non ci sia neanche una sola idea ebraica».
Appena più contenuto, Burke associava sobriamente gli ebrei agli «artigiani», agli «zotici», agli «usurai», agli «strozzini».
Diversissimi dal punto di vista politico e intellettuale, due fra i protagonisti del dibattito intellettuale europeo fra Sette e Ottocento sembrano accomunati da un viscerale odio antigiudaico espresso in forme che attingono ad un repertorio di definizioni collaudato da secoli: il «materialismo», la grettezza usuraia, l'egoismo antisociale e via discorrendo. Come Nirenberg sottolinea, entrambi non  pensano gli ebrei, pensano attraverso gli «ebrei»: malgrado la diversità di posizione, condividono, come tutti nel loro tempo, un vocabolario saturo di pregiudizi e di clichés. La differenza però si riverbera sulle  forme discorsive dell'antigiudaismo, in apparenza identiche, in  realtà modellate in funzione dei significati primi, che con  l’antigiudaismo  non hanno nulla a che fare, come è ovvio. Gli ebrei intervengono del tutto surrettiziamente, nel discorso di Burke, a simboleggiare i miserabili (gli ebrei compari di zotici e artigiani) che la più sciagurata delle rivoluzioni promuove al rango di classe dirigente; in Fichte il tema è quello del nuovo tempo rivoluzionario, e della speranza di una nuova universalità politica, minacciata da corporazioni potenti («stati» egli le chiama) riottose e gelose della loro autonomia, la casta militare, la nobiltà, la chiesa e, appunto, gli ebrei («lo stato più  solido  e  più  potente  di  tutti  gli  altri»).
L’ebreo immaginario evocato in queste tirate è un idealtipo di antisocialità che cambia colorazione a seconda del modello di società di cui egli rappresenta l’antitesi, e l’antigiudaismo assolve di conseguenza funzioni, nei due discorsi, alquanto divergenti. Siamo in ogni caso oltre la rottura rivoluzionaria. Prima di essa, gli ebrei avevano rappresentato per secoli tutt'altra cosa,  una specie  di quintessenza  della  marginalità  e dell’esclusione: da qui l’intercambiabilità  fra giudaicità, non-cittadinanza e infamia. Quella degli ebrei era una condizione di esplicita inferiorità di
cui  i  critici  dell’ordine  in  disfacimento  auspicavano  la  risoluzione,  inconsapevolmente  servendosi  di stereotipi  antiebraici  (ebraismo  =  egoistica  opulenza)  di  antica  origine  ma  del  tutto  rifunzionalizzati nel nuovo linguaggio sociale ed economico. Una posizione, questa, cosi diffusa nel fronte democratico, che conviveva con l’altra, quella di coloro che assistevano con sgomento all’ondata rivoluzionaria.
In questi settori moderati il giudaismo emancipato appariva, dopo la chiusura dei ghetti, dopo l'ingresso degli  ebrei, almeno in alcuni paesi, non solo nelle élites economiche, ma anche in quelle intellettuali e politiche, una metafora dell'avvenuto sovvertimento dell’ordine. La  minaccia aveva dunque cambiato segno radicalmente, ora che gli ebrei erano diventati cittadini normali; ed era infatti in quel momento, non  prima, chel’antisemitismo razzista trovava le condizioni per svilupparsi.
Se neppure l’Ottocento, dunque, può essere riletto unitariamente alla luce della catastrofe successiva, diviene più evidente che fare la storia dell’ebreo  immaginario non significa estrarne i protocaratteri dai discorsi in cui sono immersi; significa al contrario cogliere, del pregiudizio antiebraico, l’enorme varietà di usi  possibili, accettando che la «giudaizzazione» del male, della diversità, dell’infamia sia stata a lungo, ahimè, una pratica ordinaria, e viceversa misurando la molteplicità delle forme di «giudaicità» nelle quali il male, la diversità e l’infamia si trovano di volta in volta sussunte.
Il  libro  ricchissimo  di  David  Nirenberg  è  costruito  in  modo  sofferto  attorno  a  uno  dei  nodi  irrisolti  del nostro tempo (anzi, al nodo forse più rilevante). Esso ci ricorda, in quel procedere esitante che è una delle sue cifre, come la storicizzazione del presente (e con essa una più adeguata comprensione di cosa sia stato l’odio antigiudaico nel XX secolo) passi anche attraverso la liberazione del passato dalle urgenze dettate dal  trauma, dallo sguardo vitreo della vittima.

- Igor Mineo - Pubblicato su Alias/Il Manifesto del 26 febbraio 2016 -

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