domenica 28 settembre 2014

Fermare il futuro

graeber

Guida pratico-utopica all'imminente collasso
di David Graeber

In cosa consiste una rivoluzione? Si è sempre intesa la rivoluzione come la presa del potere da parte delle forze popolari, con l'obiettivo di trasformare la natura stessa del sistema politico, sociale ed economico del paese dove la rivoluzione ha luogo, di solito mossa dal sogno visionario di una società giusta. Al giorno d'oggi, viviamo in un'epoca in cui, se un esercito ribelle entra in una città distruggendola, o se un sollevamento di massa rovescia un dittatore, è abbastanza improbabile che questi ideali si realizzino. Quando avviene una trasformazione sociale profonda come, per esempio, l'ascesa del femminismo, è più probabile che questa si manifesti in maniera del tutto diversa. Non è che ci sia carenza di sogni rivoluzionari, ma i rivoluzionari contemporanei raramente credono che la strada per arrivarci sia quella di un moderno equivalente della presa della Bastiglia.
In momenti come questo, generalmente conviene tornare alla storia che già conosciamo e chiederci: il nostro concetto di rivoluzione è stato qualche volta aderente alla realtà? La persona che ha saputo meglio formulare questa domanda, a mio avviso, è lo storico Immanuel Wallerstein. Wallerstein argomenta che nel corso dell'ultimo quarto del millennio, le rivoluzioni abbiano più mio o meno consistito, soprattutto, in trasformazioni globali del senso comune politico.
Egli osserva che già all'epoca della Rivoluzione francese avevamo un mercato unico mondiale ed un crescente sistema politico unico globale, dominato dagli enormi imperi coloniali. Di conseguenza, la presa della Bastiglia, a Parigi, poté avere ripercussioni in Danimarca, o perfino in Egitto, tanto profonde quanto in Francia, e in alcuni casi anche di più. Per questo motivo, parla di "Rivoluzione Mondiale del 1789", seguita dalla "Rivoluzione Mondiale del 1848", durante la quale scoppiarono, quasi simultaneamente, rivolte in 50 paesi, dalla Valacchia al Brasile. Però, i rivoluzionari non presero il potere in nessuno di questi paesi, ma in seguito, le istituzioni ispirate alla Rivoluzione francese - in special modo i sistemi universali di educazione primaria - vennero adottati in quasi tutto il mondo. Allo stesso modo, la Rivoluzione russa del 1917 fu una rivoluzione mondiale e, in ultima istanza, tanto responsabile del New Deal statunitense e degli Stati europei, quanto del comunismo sovietico. L'ultimo episodio di questa serie, si è realizzato con la rivoluzione mondiale del 1968, che in maniera simile a quella del 1848, ha fatto irruzione praticamente a livello mondiale, dalla Cina al Messico e, anche se non ha preso il potere in nessun luogo, ha molto cambiato le cose. Era, questa, una rivoluzione contro le burocrazie statali e per l'inseparabilità della liberazione politica dalla liberazione personale, la cui eredità più duratura probabilmente è stata quella del moderno femminismo.
Le rivoluzioni sono, quindi, fenomeni planetari. Ma c'è di più. Quello che ottengono, in realtà, è trasformare l'accezione del senso fondamentale della politica. Dopo una rivoluzione, le idee che in precedenza erano considerate selvaggiamente radicali, diventano ben presto parte accettabile del dibattito. Prima della Rivoluzione francese, concetti quali la bontà del cambiamento, e che la politica del governo sia il modo migliore per realizzarlo, oppure che i governi derivano la loro autorità da un'entità chiamata "il popolo", facevano parte della tematica di agitatori e demagoghi o, nel migliore dei casi, di un pugno di intellettuali liberi pensatori che trascorrevano le giornate discutendo nei caffè. Una generazione dopo, anche il più stantìo fro magistrati, dei preti, o dei presidi di scuola si trovarono obbligati a difendere, a voce, queste idee. Non molto più tardi, si arrivò alla situazione in cui ci troviamo oggi: sono diventati senso comune, alla base stessa del dialogo politico.
La maggioranza delle rivoluzioni precedenti al 1968, avevano introdotto solo rifiniture pratiche, come l'estensione del diritto di voto, l'educazione primaria universale e lo stato sociale. Al contrario, la rivoluzione mondiale del 1968 è stata, nel sua versione cinese, una rivolta di studenti ed altri gruppi di giovani che appoggiavano l'appello di Mao per una rivoluzione culturale; o a Berkley e New York, segnata da un'alleanza fra studenti, bohémien e ribelli culturali; o anche a Parigi, dove si formò una coalizione di studenti e di lavoratori,e fu una ribellione contro la burocrazia, il conformismo, e contro tutte le idee di assoggettamento dell'immaginazione umana, un progetto che aveva in animo di rivoluzionare non solo la vita economica e politica, ma ogni aspetto della vita umana. Per questo, nella maggioranza dei casi, i ribelli non cercarono di prendere il controllo dell'apparato statale, dato che vedevano l'apparato in sé come la radice del problema.
Oggi, va di moda valutare i movimenti sociali della fine degli anni '60 come un vergognoso fallimento. E? un argomento convincente. Non c'è dubbio che, nella sfera politica, la destra sia stata la principale beneficiaria dell'estesa trasformazione del senso comune politico, in cui si dà priorità agli ideali di libertà, di immaginazione e di desiderio dell'individuo, si disprezza assolutamente la burocrazia e si sospetta della gestione governativa. Innanzitutto, i movimenti degli anni '60 hanno permesso la ripresa massiccia delle dottrine del libero mercato, che erano state praticamente abbandonate a partire dal XIX secolo. Non è un caso che la generazione degli adolescenti che diede impulso alla rivoluzione culturale in Cina sia stata la stessa che, due decenni più tardi, ha presieduto all'introduzione del capitalismo. A partire dagli anni '80, "libertà" è diventata sinonimo di "mercato" e "mercato" ha assunto un significato identico a "capitalismo", curiosamente, anche in luoghi come la Cina, dove si erano sviluppati in mille anni sistemi di mercato molto sofisticati che, tuttavia, avevano scarse relazioni con il capitalismo.
Non c'è limite ai paradossi. Anche questa nuova ideologia di libero mercato che si è presentata, soprattutto, come un rifiuto della burocrazia, in pratica è stata direttamente responsabile del primo sistema di amministrazione che opera su scala globale, con i suoi interminabili strati di organi burocratici pubblici e privati: FMI, Banca Mondiale, WTO, organizzazioni commerciali, istituzioni finanziarie, corporazioni trans-nazionali e ONG. Questo è proprio il sistema che ha imposto l'ideologia del libero mercato e che ha aperto le porte ad un saccheggio finanziario a livello globale, tutto sotto l'attenta tutela dell'apparato militare statunitense. Non c'è da stupirsi che il primo tentativo di ricreare un movimento rivoluzionario mondiale, il movimento per la giustizia globale, che raggiunse il suo apice fra il 1993 ed il 2003, sia stato, in effetti, una ribellione contro l'egemonia di questo stesso sistema di burocrazia globale.
Ciò nonostante, quando gli storici del futuro guarderanno indietro, credo che arriveranno alla conclusione che l'eredità delle rivoluzioni della fine degli anni sessanta sia stata più profonda di quanto possiamo immaginare e che il trionfo dei mercati capitalistici - con tutto il loro dispiegarsi globale di amministratori e sicari - che tanto importante e definitivo ci è parso, dopo il collasso dell'Unione Sovietica nel 1991, sia stato molto più superficiale di quanto pensiamo.
Per fare un esempio ovvio, si sente spesso dire che le proteste contro la guerra della fine degli anni sessanta e dell'inizio dei settanta, si siano rivelati un fallimento a causa della loro incapacità di accelerare in maniera apprezzabile la ritirata degli Stati Uniti dall'Indocina. Ma da allora in poi, gli organismi che controllavano la politica estera statunitense, terrorizzati davanti alla prospettiva di affrontare un rifiuto popolare simile - o anche peggio, un rifiuto in seno al proprio apparato militare, che aveva subito una vera e propria crisi all'inizio degli anni settanta - per quasi trent'anni evitarono di inviare forze di terra statunitensi in qualsiasi conflitto su larga scala. C'è voluto l'11 settembre, un attacco con migliaia di vittime civili in territorio statunitense, per superare completamente la famosa "sindrome del Vietnam" e anche così i promotori della guerra hanno dovuto fare uno sforzo quasi ossessivo per assicurare che questa guerra fosse "a prova di proteste". C'è stata una propaganda incessante, a cui si sono aggiunti i media della comunicazione, mentre gruppi di esperti facevano previsioni esatte sul numero di basi militari (ad esempio, su quante morti di soldati statunitensi sarebbero state necessarie per far salire l'opposizione di massa) e le regole d'ingaggio venivano disegnate attentamente per non superare una tale cifra.
Il problema fu così che queste regole di ingaggio, il cui fine era quello di minimizzare il numero di morti e feriti fra gli effettivi statunitensi, ebbero come conseguenza inevitabile il fatto che migliaia di donne, di bambini e di anziani finirono per essere "danni collaterali", cosa che provocò un odio intenso nei confronti delle forze occupanti, sia in Iraq che in Afghanistan e, di conseguenza, impedì che gli Stati Uniti potessero raggiungere i loro obiettivi militari. E la cosa sorprendente è che i pianificatori della guerra sembravano essere pienamente coscienti di questo fatto. Solo che non aveva importanza. Prevenire qualsiasi opposizione efficace sul territorio nazionale era, per loro, assai più importante che vincere la guerra stessa. Era come se le forze nordamericane in Iraq fossero state alla fine sconfitte dal fantasma di Abbie Hoffman!
E' chiaro che se il movimento contro la guerra degli anni '60 continua a tenere ammanettati i pianificatori militari statunitensi del 2012, difficilmente può essere considerato un fallimento. Ma da tutto questo nasce una domanda: Cosa avviene quando creare questo senso di fallimento, di inutilità assoluta di qualsiasi azione politica contro il sistema, diventa l'obiettivo principale di coloro che detengono il potere?
La cosa mi venne in mente la prima volta mentre partecipavo alle proteste contro il Fondo Monetario Internazionale, a Washington, nel 2002. L'11 settembre era ancora molto recente ed eravamo relativamente pochi ed inefficaci a fronte di una presenza schiacciante della polizia. Non avevamo la sensazione di essere capaci di sabotare gli incontri. La maggioranza di noi era arrivata lì quasi depressa. Ma il giorno dopo, parlando con alcune persone che conoscevo e con alcuni che partecipavano al vertice, scoprii che eravamo riusciti ad ostacolarlo. I fatto era che la polizia aveva imposto delle misure di sicurezza talmente restrittive che si erano dovuti annullare la metà degli eventi, e la maggior parte di quelli che si erano tenuti, si erano svolti su Internet. Cioè, il governo aveva deciso che mandare a casa i manifestanti con la sensazione di una sconfitta, era più importante che portare a termine un vertice del FMI. Se era così, è evidente che attribuivano uno straordinario protagonismo ai manifestanti.
E' possibile che quest'approccio preventivo nei confronti dei movimenti sociali, la pianificazione delle guerre e dei vertici commerciali nelle quali la priorità maggiore diventa lo smantellare qualsiasi opposizione efficace, rispetto a vincere la guerra o a svolgere il vertice, sia sintomatica di un principio ancor più generale? Potrebbe essere che gli attuali dirigenti del sistema, molti dei quali erano giovani impressionabili quando presenziavano alle agitazioni della fine degli anni sessanta, siano ossessionati, coscientemente o meno (e sospetto si tratti della prima), dalla possibilità che i movimenti sociali rivoluzionari tornino a mettere in discussione il senso comune prevalente?
Questo spiegherebbe molte cose. Gli ultimi 30 anni si sono fatti conoscere in tutto il pianeta come l'età del neoliberismo, un'epoca caratterizzata dalla reintroduzione di una fede abbandonata fin dal XIX secolo, per cui i concetti di libero mercato e di libertà umana vengono ad essere praticamente intercambiabili. I neoliberismo ha sempre sofferto di una contraddizione interna. Da una parte, dichiara che gli imperativi economici devono avere priorità su qualsiasi altra considerazione. La politica serve solo a creare condizioni favorevoli alla crescita economica, permettendo che la mano invisibile dei mercati compia la sua magia. Qualsiasi altro sogno o ideale di uguaglianza o di sicurezza dev'essere sacrificato davanti all'obiettivo primario: la produttività economica. Tuttavia, il rendimento economico mondiale degli ultimi trent'anni è stato, senza dubbio, mediocre. Ad eccezione di alcuni paesi, specialmente la Cina (che, significativamente, ha ignorato la maggior parte dei dettami neoliberisti), gli indici di crescita sono rimasti molto al di sotto dei livelli visti nel capitalismo "classico" degli anni cinquanta, sessanta, e anche settanta, con la loro maggior gestione governativa e il loro stato sociale. Si può dire, perciò, che il progetto neoliberista era già un fallimento colossale secondo i suoi stessi standard, anche prima del collasso del 2008.
Ma se facciamo orecchie da mercanti al discorso dei leader mondiali ed osserviamo il neoliberismo come progetto politico, improvvisamente, sembra essere stato quello più efficace. Può essere che i politici, i manager, i burocrati e le altre persone che si riuniscono regolarmente nei vertici di Davos o del G20 abbiano fallito miseramente nel creare un'economia capitalista mondiale capace di soddisfare le esigenze della maggioranza degli abitanti del mondo (e non parliamo di dare speranza, felicità, sicurezza o senso alla loro vita), però sono stati terribilmente abili nel convincere il mondo che il capitalismo - soprattutto il capitalismo finanziario semifeudale attuale - sia l'unico sistema economico praticabile. Visto da questa prospettiva, si tratta di un risultato impressionante!
Come ci sono riusciti? Il loro atteggiamento preventivo ne confronti dei movimenti sociali ha giocato un ruolo evidente in tutto ciò; non si può permettere, a nessuna condizione, che le alternative, né coloro che le propongono, vengano percepite come vincenti. Un simile atteggiamento potrebbe spiegare gli importi quasi inimmaginabili che sono stati investiti in "sistemi di sicurezza" di ogni tipo. Di fatto, gli Stati Uniti, che ora mancano di grandi rivali, hanno una spesa militare e di intelligence, maggiore di quella che avevano durante la Guerra Fredda. A questo bisogna aggiungere l'accumulo impressionante di agenzie private di sicurezza e di intelligence, così come la militarizzazione della polizia, oltre a guardie e mercenari. In ultimo, non bisogna dimenticare la glorificazione delle forze di polizia fatto dagli organi di propaganda, incluso un enorme conglomerato mediatico che non esisteva prima degli anni sessanta. In generale, questi sistemi, più che dedicarsi ad attaccare direttamente i dissidenti, contribuiscono a creare una situazione onnipresente di paura, di conformismo patriottardo, di insicurezza vitale e di pura disperazione, che riduce qualsiasi concetto di cambiare il mondo ad una fantasia apparente e inutile. Ma questi sistemi di sicurezza sono anche estremamente costosi. Alcuni economisti stimano che il 25% della produzione nordamericana è dedicata a "lavori di vigilanza", quali difendere proprietà, supervisionare il lavoro ed altri tipi di attività che hanno il fine di tenere a bada i compatrioti. La maggior parte di quest'apparato di sicurezza è, in definitiva, un onere economico.
Di fatto, molte delle innovazioni economiche degli ultimi trent'anni hanno reso più in senso politico che economicamente. La sostituzione dell'impiego a vita, garantito, con un modello di contrattazione precaria non ha creato una forza lavoro più efficiente, però è stato straordinariamente efficace nel distruggere sindacati e nello spoliticizzare il movimento operaio in generale. Si può dire lo stesso dell'aumento esponenziale della giornata lavorativa. Nessuno che deve lavorare sessanta ore alla settimana ha tempo per l'attività politica.
Rispetto alla scelta fra l'accettare il capitalismo come unico sistema economico possibile e trasformare il capitalismo in un sistema economico più praticabile, il neoliberismo opta sempre per la prima opzione. Il risultato finale si manifesta in una campagna implacabile contro l'immaginazione umana. O per essere più precisi, l'immaginazione, il desiderio, la creatività individuale e tutto quello che si pretendeva di liberare nel corso dell'ultima grande rivoluzione mondiale dev'essere strettamente confinato dentro i parametri del consumismo o, al massimo, alla realtà virtuale di Internet, essendo totalmente bandito d qualsiasi altro ambito. Stiamo parlando dell'assassinio dei sogni, dell'imposizione dei meccanismi della disperazione, volti a calpestare qualsiasi speranza di un futuro alternativo. Ma come risultato dell'aver messo tutti gli sforzi dentro lo stesso paniere politico, siamo arrivati alla strana situazione per cui assistiamo al sistema capitalista che si sbriciola sotto i nostri occhi, proprio nel momento in cui si è concluso che non esiste alternativa possibile.
Normalmente, quando si mette in discussione la fede generalizzata nel fatto che il sistema economico e politico attuale sia l'unico praticabile, la prima reazione suole essere quella di esigere un minuzioso contro-progetto architettonico circa il funzionamento del sistema alternativo con grande ricchezza di dettagli a proposito della natura dei suoi strumenti finanziari, fonti di energia e politiche di mantenimento del sistema fognario. Poi, probabilmente verrà richiesto un programma dettagliato che possa descrivere come attuare in pratica un tale sistema. Visto sotto una prospettiva storica, tutto questo è ridicolo. Quando mai si è prodotto un cambiamento sociale seguendo un disegno predeterminato? Sarebbe come se credessimo che, nella Firenze del Rinascimento, una piccola cerchia di visionari abbia concepito qualcosa chiamato "capitalismo" ed abbia pianificato, nel dettaglio, il funzionamento del mercato borsistico e le fabbriche per poi elaborare un programma per mezzo del quale realizzare tale visione. Di fatto, l'idea è tanto assurda che ci si potrebbe chiedere come si possa arrivare alla conclusione immaginaria per cui ogni cambiamento comincerebbe in questo modo.
Questo non significa che le visioni utopiche, o i progetti, siano sbagliati, ma solo che devono mantenersi sul loro terreno. Il teorico Michael Albert ha proposto un piano dettagliato circa il come funzionerebbe un'economia moderna senza denaro, partendo da una base democratica e partecipativa. Mi sembra un risultato importante, non perché io creda che questo modello esatto venga istituito così come egli lo descrive, ma perché rende impossibile dire che un progetto del genere risulti inconcepibile. In alcuni casi, questi modelli sono soltanto degli esperimenti intellettuali. In realtà, non possiamo concepire i problemi che sorgeranno quando cominceremo a costruire una società libera. Può essere che gli ostacoli che ora ci sembrano insormontabili, si riducano a niente, mentre quegli altri che pensiamo non si possano verificare, si rivelino come problemi diabolici. Il numero di fattori imprevedibili è infinito.
Quello più evidente è la tecnologia. E' questo il motivo per cui sarebbe assurdo immaginare un gruppo di attivisti nell'Italia del Rinascimento che progetta un modello di mercato borsistico o un contesto industriale. Quello che ha finito per accadere è basato su una serie di tecnologie che non avrebbero mai potuto essere anticipate ma che, in parte, sono poi emerse solo perché la società incominciò a muoversi in una determinata direzione. Forse per questo, molte delle visioni più convincenti di una società anarchica sono state modellate da scrittori di fantascienza, fra i quali, Ursula K. Le Guin, Starhawk, Kim Stanley Robinson. In un mondo fittizio, almeno si ammette che l'aspetto tecnologico è pura speculazione.
Personalmente, sono meno interessato a determinare il tipo di sistema economico ideale per una società libera, che a creare i mezzi necessari attraverso i quali le persone possano prendere tali decisioni da sole. Esattamente, come si manifesterebbe una rivoluzione del senso comune? Non lo so, ma mi vengono in mente diverse idee convenzionali che, senza dubbio, bisogna rivalutare se pretendiamo realmente di creare un qualche tipo di società libera praticabile. Una di esse è la natura del denaro e del debito, che ho analizzato in dettaglio in un recente libro. Arrivando anche a proporre un giubileo del debito, un annullamento generale, in parte per illustrare il fatto che il denaro non è altro che un prodotto umano, una serie di promesse che, data la loro natura, possono sempre essere rinegoziate.
Ugualmente, credo che anche il concetto di lavoro debba essere riconsiderato. Sottomettersi alla disciplina lavorativa - la supervisione, il controllo, e perfino l'auto-controllo del lavoratore autonomo con ambizioni - non fa di noi delle persone migliori. In realtà, è probabile che faccia di noi delle "persone peggiori" sotto degli aspetti realmente importanti. Sottomettervisi è una sfortuna che, nel migliore dei casi, è occasionalmente necessaria. Ma solo quando rifiutiamo l'idea che il lavoro sia una virtù in sé, possiamo domandarci quali virtù avrebbe. La risposta è evidente: il lavoro è virtuoso quando serve ad aiutare il prossimo. Ripensare la definizione della produttività renderebbe più facile ridefinire il concetto stesso di lavoro, dato che, tra le altre cose, lo sviluppo tecnologico non dovrebbe essere diretto solo verso la creazione di un maggior numero di prodotti di consumo e verso una mano d'opera sempre più disciplinata, ma ad eliminare del tutto tali forme di lavoro.
Quello che si vorrebbe sono dei lavori che possono essere realizzati solo dagli esseri umani, quei lavori di assistenza e cura che sono stati colpiti in special modo dalla crisi e che hanno originato il movimento Occupy Wall Street. Cosa accadrebbe se smettessimo di comportarci come se il modello primario di lavoro fosse solo lavorare in una fabbrica, in un campo di grano o in un cubicolo in un'officina e, invece, partissimo dal modello di una madre, un'insegnante o un'infermiera? Potremmo essere obbligati a concludere che l'autentico scopo della vita umana non è contribuire a qualcosa chiamata "economia" (un concetto che neppure esisteva fino a trecento anni fa), ma il fatto che siamo tutti, e sempre siamo stati, progetti di creazione reciproca.
Per ora, la necessità più urgente sarebbe, probabilmente, quella di rallentare la macchina produttiva. Può sembrare strano, dato che la nostra reazione automatica ad una crisi è supporre che la soluzione sia che tutti si lavori di più, ma questo è precisamente il tipo di reazione che provoca il problema. Ma considerando com'è il mondo, la conclusione è ovvia. Sembra che ci troviamo di fronte a dei problemi insolubili. Da una parte, siamo stati testimoni di una serie interminabili di crisi del debito globale, la cui gravità è sempre aumentata a partire dagli anni settanta e che ha fatto sì che la quantità accumulata del debito, sia sovrano che municipale, aziendale o personale, risulti evidentemente insostenibile. Dall'altra parte, stiamo soffrendo una crisi ecologica, un processo implacabile di cambiamento climatico che minaccia il pianeta con inondazioni, siccità, caos, carestie e guerre. In un primo momento, può sembrare che le due cose non siano in relazione ma, al fondo, sono la stessa cosa. Cos'è il debito, se non la promessa di una produttività futura? Quando diciamo che il livello di debito globale è in aumento, stiamo dicendo che come collettivo, gli esseri umani promettono di produrre nel futuro una quantità ancor maggiore di beni e di servizi, rispetto a quanta ne produciamo oggi. Ma anche i livelli attuali sono chiaramente insostenibili. E' esattamente per questo che si sta distruggendo il pianeta ad una velocità sempre maggiore.
Perfino i leader mondiali cominciano a concludere, a malincuore, che un qualche tipo di cancellazione massiccia del debito, un qualche tipo di giubileo, sia inevitabile. Il vero conflitto politico si sviluppa intorno a come questo avverrà. Non sarebbe più logico risolvere entrambi i problemi in una volta? Perché non realizzare un taglio, il più grande possibile, del debito mondiale, seguito da una massiccia riduzione dell'orario di lavoro fino a, per esempio, una giornata lavorativa di quattro ore o un periodo di ferie garantite di cinque mesi? Dal momento che la popolazione non passerebbe tutte le sue nuove ore libere a braccia incrociate, una tale misura non solo salverebbe il pianeta, ma comincerebbe anche a cambiare le nostre concezioni di base a proposito di quel che significa un lavoro che crea valore.
Occupy ha fatto bene a non fare richieste specifiche, ma se io dovessi farne una, sarebbe questa. In fin dei conti, sarebbe un attacco ai precetti più radicati dell'ideologia dominante. La moralità del debito e la moralità del lavoro sono le due armi ideologiche più potenti che i dirigenti del sistema attuale maneggino. Per questo si aggrappano ad esse, anche mentre distruggono tutto il resto. E' anche il motivo per cui la cancellazione del debito sarebbe la richiesta rivoluzionaria perfetta.
Può darsi che tutto questo appaia molto distante. In questi momento, abbiamo come l'impressione che il nostro pianeta attenda una serie di catastrofi senza precedenti, e non quel tipo di trasformazioni morali e politiche che aprirebbero la strada verso un mondo diverso. Ma l'unica possibilità che noi abbiamo per evitare tali catastrofi, è quella di cambiare il nostro solito modo di pensare. Se gli eventi del 2011 hanno evidenziato qualcosa, è che l'epoca delle rivoluzioni non è finita. L'immaginazione umana si rifiuta ostinatamente di morire. E la storia ci dimostra che, quanto una significativa quantità di persone si libera simultaneamente dei limiti imposti alla loro immaginazione collettiva, perfino i presupposti che ci sono stati inculcati, circa quel che è e che non è politicamente possibile, possono crollare dalla notte al mattino.

- David Graeber - 2013 -

fonte: The Baffler

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