mercoledì 21 settembre 2011

I problemi e le soluzioni

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Vladimir Lenin aveva appena lasciato una fabbrica, dove aveva tenuto un discorso ai lavoratori, quando Fanya Kaplan - una rivoluzionaria delusa da Lenin, che aveva assunto poteri dittatoriali e soppresso tutti gli avversari politici - esplode tre colpi di pistola contro il leader bolscevico, ferendolo alla spalla e alla mascella, senza però riuscire ad ucciderlo. Questo attacco -  che segue di una settimana l'omicidio del capo della sicurezza bolscevica di Pietrogrado, Moisei Uritskij - provoca allarme e panico nella mente dei leader rivoluzionari della Russia, tanto che Lenin, seriamente ferito, riceve un telegramma da parte di Josef Stalin, che invoca "un aperto e sistematico terrore di massa" contro i responsabili. Così, negli attacchi gemelli contro Lenin ed Uritskij, i bolscevichi trovano finalemnte la scusa che avevano a lungo cercato, al fine di consolidare il potere totale, eliminando ogni opposizione, fra cui anche i loro ex compagni, i socialisti rivoluzionari.
In un decreto ufficiale che annuncia il "Terrore Rosso", il 1° settembre 1918, si può leggere:
"Noi trasformeremo i nostri cuori in un acciaio che verrà temprato dal fuoco della sofferenza e dal sangue dei combattenti per la libertà. Renderemo il nostro cuore crudele, duro e inamovibile, così che nessuna pietà possa entrare, e in modo che non si debba tremare alla vista di un mare di sangue nemico. Spalancheremo le chiuse di quel mare [...] Per il sangue di Lenin e di Uritskij, di Zinoviev e di Volodarski, ci sarà una marea del sangue della borghesia - ancora più sangue, quanto ne servirà."
Le rappresaglie per "il sangue di Uritskij" erano cominciate subito, a Pietrogrado, dove più di 500 socialisti rivoluzionari vennero fucilati senza processo per aver partecipato all'abortita Terza Rivoluzione Russa- Nel mentre, altrove in Russia, decine di migliaia fra oppositori politici e nemici di classe - senza alcuna colpa individuale - sarebbero stati  giustiziati sommariamente nei mesi successivi.
Quanto all'aspirante assassina di Lenin, la ventottenne Fanya Kaplan venne presa immediatamente in custodia, ma  - a dispetto del perdurare dei metodi di interrogatorio brutali della Ceka - si limitò alla seguente dichiarazione:
"Il mio nome è Fanya Kaplan. Oggi ho sparato a Lenin. L'ho fatto da sola. Non dirò chi mi ha procurato il revolver. Non darò alcun dettaglio. Avevo deciso di uccidere Lenin molto tempo fa. Lo considero un traditore della Rivoluzione. Sono stata esiliata ad Akatui per aver partecipato ad un attentato, a Kiev, contro un ufficiale zarista. Ho scontato undici anni di lavori forzati. Dopo la rivoluzione sono stata liberata. Ho sostenuto la Costituente e continuo a pensarla allo stesso modo".
Dopo quattro giorni di torture, la Kaplan continuò a rifiutare di coinvolgere altri avversari politici di Lenin. Andò davanti al plotone di esecuzione il 3 settembre 1918.