giovedì 7 maggio 2009

debiti



Non amo troppo le commemorazioni. Mi fanno sentire come se si fosse costretti a ricordare persone e cose che, invece, ti riaffiorano alla mente più volte e al di fuori di qualsiasi scadenza.
Si ricorda per mille motivi, si ricorda nella misura in cui si dimentica, di modo che le cose, le facce, i fatti, possano tornare alla mente. Riprendono vita, e lo fanno grazie a qualcosa che non attiene direttamente. Incidentalmente. Una musica, un odore, un refolo di vento.
Tutto serve, e tutto congiura, per la cerimonia del ricordo!
Franco Serantini - sono trentasette anni - mi è capitato di ricordarlo spesso. Devo ammettere che ho ben pochi ricordi di Serantini da vivo. Praticamente, uno solo che risale a poco tempo prima della sua morte: in una sede politica, ad Empoli, ebbi con lui un piccolo scazzo a proposito del sostenere o meno la candidatura Valpreda nelle liste del "Manifesto". Lui sosteneva che era una scelta da praticare. Non ero d'accordo, e glielo feci notare. La discussione si fece dura. E mi lasciò un'immagine che ancora, ogni tanto riaffiora, quella di due occhi condannati ad un'espressione triste.

Impedire i comizi fascisti. In quei giorni, era tutto un rincorrere ... il nemico, qui in Toscana. Pistoia, Prato. Dappertutto. Ci fu la giornata straordinaria del 4 maggio a Firenze, con le molotov che piovevano dai tetti di Via Calzaiuoli e la città in mano a chi era sceso in piazza per impedire il comizio di Almirante. Intere sezioni del PCI che contravvenivano agli ordini delle segreterie. Gli autisti dell'ATAF che ci consegnavano gli autobus, spontaneamente, per farne delle barricate. La famigerata celere di Padova in fuga, dopo che il loro comandante era stato colpito in faccia da un sanpietrino. Giornate memorabili. Ma anche giornate di compagni arrestati. Fabio, a Pistoia. Luca, a Prato. Ed altri, molti altri, troppi, forse. Ne valeva la pena. Non so, credo di sì.
"Ci si va, perché ci si crede" - così ebbe a dire Franco al funzionario che lo interrogava ...
Ci si crede, e ci si muore!
La notizia fu "come uno sparo in un pianoro", e ricordo le giornate concitate e senza sonno
- come ce n'erano state prima, come ce ne sarebbero state dopo - come ricordo la bara, e il funerale. Stajano, nel suo libro "Il sovversivo", li paragona ai funerali di Durruti (raccontati da Kaminski in "Quelli di Barcellona"), ma sbaglia! Tanto caotici, spagnoli e anarchici quelli, tanto terribili, minacciosi e quasi-militari questi!
Un corteo di tremila persone, silenzioso, muto, che attraversava la città.
Incuteva quasi terrore.
In testa, sulla sua sedia a rotelle "guadagnatosi" alla Bussola quasi tre anni prima, Soriano Ceccanti. La bara, portata a spalle dai compagni che si davano il cambio, ad attraversare la città di Pisa, il suo centro, fino alla periferia, al viale che conduce al cimitero, quasi sull'autostrada, fin dentro il cimitero. Senza mai che dalle file si levasse un solo slogan.
Un corteo, fatto quasi in apnea.
Un corteo come un debito da pagare, con facce, bandiere e denti stretti.
E poche frasi, come pianto, da dire prima che la terra ricoprisse il prezioso fardello che avevamo trasportato per chilometri.

E forse ... "avrei preferito indire una mattinata di supposizioni". Piuttosto!

Nessun commento: