martedì 30 settembre 2008

da qualche parte



 Doveva comparire su "Time out of Mind", poi non ne fece più nulla, Dylan, di questa canzone. Poi la infilò dentro, quasi a forza, riarrangiandola dentro "Love and Theft". Adesso, fra un paio di giorni, viene ripubblicata, in tutto il suo splendore originale dentro il Volume 8 dei Bootlegs.
Se non hai quel tipo di fondamenta, se non sei ancorato nella tradizione, non andrai da nessuna parte”, ha detto Dylan, una volta da qualche parte.
Adesso, lo ridice, con questa canzone!

MISSISSIPPI
parole e musica Bob Dylan

Righiamo dritto per ogni metro della strada
I tuoi giorni sono contati, come lo sono i i miei
Il tempo si ammucchia, combattiamo e ci smarriamo
Siamo come dentro a delle scatole, senza via d'uscita

La città è una giungla, con qualche gioco in più
Intrappolato dentro il suo cuore, provo ad andarmene
Cresciuto in campagna, ero venuto in città per lavorare
I miei guai sono cominciati quando ho posato la valigia

Non ho niente da darti e non avevo niente prima
E per di più non ho niente per me
Il cielo è infuocato, viene giù scolando
Non hai niente da vendermi, ci vediamo

Tutte le mie capacità espressive ed i miei pensieri così sublimi
Non potrebbero mai renderti giustizia, in prosa e in rima
Solo una cosa ho sbagliato,
Sono rimasto in Mississippi un giorno di troppo

Il diavolo è nel vicolo, il mulo nella stalla
Dì pure qualsiasi cosa, tanto ho già sentito tutto
Pensavo a quello che ha detto Rosie
e sognavo di dormire nel suo letto

Cammino attraverso le foglie che cadono dagli alberi
Mi sento come uno straniero, che nessuno vede
Così tante cose che non potremo mai disfare
Lo so che ti dispiace, dispiace anche a me

Alcune persone ti offriranno il loro aiuto e certe altre no
La notte scorsa ti conoscevo, stanotte no
Ho bisogno di qualcosa di forte per distrarmi la mente
Ti guarderò finché i miei occhi non diventeranno ciechi

Sono arrivato fin qui seguendo la stella del sud
Ho attraversato quel fiume solo per raggiungerti
Solo una cosa ho sbagliato,
Sono rimasto in Mississippi un giorno di troppo

La mia nave è andata in pezzi e sta affondando velocemente
IO to annegando nel veleno, senza futuro né passato
Ma il mio cuore non è stanco, è leggero e libero
Nutro solo affetto per tutti quelli che hanno salpato insieme a me

Se ne vanno tutti, se non l'hanno già fatto
Tutti vanno da qualche parte
Appiccicati a me piccola, fallo, in qualche modo,
Le cose dovrebbero iniziare a diventare interessanti, più o meno adesso

Ho i vestiti bagnati, incollati alla pelle
Non così stretti come l'angolo nel quale mi sono immaginato
Lo so che la sorte aspetta di essere benevola
Perciò dammi la mano e dimmi che sarai mia

Il vuoto è senza fine, freddo come la creta
Puoi sempre tornare indietro, ma non puoi mai tornare indietro del tutto
Solo una cosa ho sbagliato,
Sono rimasto in Mississippi un giorno di troppo

lunedì 29 settembre 2008

foto



La foto del miliziano colpito a morte, scattata da Robert Capa, è vera. Non è un artefatto.
A rivelarlo sono quaranta fotografie scattate nello stesso giorno, nello stesso luogo, scoperte dall´International Centre of Photography di New York, il centro fondato da Cornell Capa, fratello di Robert, che saranno esibite per la prima volta il mese prossimo alla Barbican Gallery di Londra e che il Sunday Times ha qualche giorno fa in parte anticipato.

Ma chi era Federico Borrell, reso famoso dalla foto di Capa?
Nato il 3 aprile del 1912 a Benilloba in Alicante, figlio di Vincent Borrell e di Maria Garcia, insieme ad altri tre fratelli e due sorelle. Suo padre, un bracciante, morì nel 1917 e la famiglia fu costretta a trasferirsi ad Alcoy, una città operaia. Federico, chiamato dai suoi amici Taino, diventa anarchico e fonda la sezione locale della Gioventù anarchica libertaria. La madre muore nel 1933. Uomo d'azione, partecipa insieme ad altri membri della FAI all'attentato contro una centrale elettrica. Prende parte all'assalto alla caserma della fanteria ad Alcoy, durante la battaglia contro le forze franchiste, nel 1936. Si arruola nella colonna Alcoiana.
La mattina del 5 settembre del 1936, Federico è uno dei cinquanta miliziani che arrivano al villaggio di Cerro Muriano (Cordoba) per rinforzare il fronte. Nel pomeriggio, Federico sta difendendo le batterie d'artiglieria quando le truppe franchiste, infiltratesi dietro le linee, cominciano a sparare. Viene colpito alle cinque del pomeriggio, circa, e muore all'istante. In suo onore, e in onore di un altro anarchico di Alcoy, Juan Ruescas Angel, una colonna verrà chiamata colonna "Ruescas-Taino".
Federico venne sepolto in una tomba senza nome vicino a dove era stato colpito a morte. La tomba non è mai stata ritrovata.

sabato 27 settembre 2008

capita



Capita. Capita che apprendi di una morte di qualcuno che non hai visto mai di persona, né tantomeno ci hai mai parlato insieme, eppure ... eppure ti senti un groppo in gola. Ti senti spaesato, allucinato. E mai, e poi mai, avresti pensato che poteva succedere. Somigliava a mio padre, Paul Newman. Gli somigliava, soprattutto da vecchio, quando erano diventati vecchi entrambi, in qualche modo, in modi diversi. Ma anche questa è una cosa mia. Come tutto quello che mi hanno dato, ciascuno a modo loro, ciascuno per quanto hanno potuto. Nick mano fredda e Butch Cassidy. Non so bene cosa voglia dire, alla fin fine, ma anche oggi è giorno di lutto. Uno di più. Uno di troppo.
Un bicchiere alla tua salute. Alla vostra. Alla nostra!

venerdì 26 settembre 2008

cinema



Esce nelle sale il prossimo 31 ottobre "La banda Baader Meinhof" (non è piaciuto il titolo originale "Der Baader Meinhof Komplex"), film tedesco diretto da Uli Edel e interpretato da Martina Gedeck, Moritz Bleibtreu, Johanna Wokalek, Bruno Ganz, Simon Licht, Jan Josef Liefers, Alexandra Maria Lara, Heino Ferch, Nadja Uhl, Hannah Herzsprung.
Il film, ispirato al romanzo del 1985 Der Baader Meinhof Komplex di Stefan Aust, allora caporedattore del settimanale Der Spiegel, farà sicuramente discutere.

giovedì 25 settembre 2008

Fiamme che bruciano




Il film, "Still Crazy" di Brian Gibson. l'ho visto diversi anni fa. E mi piacque non poco, anche se ai tempi non sapevo, come ho scoperto dopo, che fosse ispirato al ritorno in scena degli Animals di Eric Burdon. Ricordo che la pellicola era godibile, protagonista uno Stephen Rea in stato di grazia. Ma quello che mi colpì oltremodo, e che ogni tanto ancora mi riascolto, fu la canzone finale. Una ballata suggestiva che fa vibrare le corde e ammutolisce. Il testo, che propongo qui sotto, non è granché, lo so. Ma la canzone rimane magica lo stesso.

La fiamma brucia ancora
di Mick Jones e Chris Difford

Io vivo una vita surreale
Dove imparo tutto quello che mi colpisce
Oh vita, lavorata come su un tornio
Rimodellato con una fiamma che ancora bruciando
E nel tempo, è tutto un dolce mistero
Quando si scuote l'albero della tentazione
Sì ed io conosco la paura e il prezzo
Di un paradiso perduto nella frustrazione

CORO
E la fiamma brucia ancora
E lì nella mia anima per tutto quello che non ho portato a termine
E la fiamma brucia ancora
Da un barlume del passato
Si accende di nuovo nella mia vita
Nella mia vita, yeah

Io voglio che i miei pensieri siano ascoltati
Le inespresse parole della mia saggezza
Oggi, con la luce che comincia a fluire
Domani, chissà chi ascolterà
Ma la mia vita non ha alcun linguaggio di amore
Non una parola viene da lassù
Oh il tempo, nel tempo c'è un fuoco che viene nutrito
Con una ragione di speranza e di fede

CORO

Continua a tenere in vita quella fiamma che brucia ancora
Continua, mentre il mondo continua a girare
Sì, continua
Sì, continua, sì

mercoledì 24 settembre 2008

Ancora canzoni in bianco e nero



Si dice che, prima di diventare l'equivalente di un "Che Guevara hillbilly", il re della root-music fosse Steve Earle! Poi, se ne andò a New York e lasciò libero il posto!
E qui arriva Chris Knight che riesce, con sorprendente facilità, a mescolare un suono potente, e al tempo stesso antico, con parole tanto semplici quanto evocative. Populismo? E' possibile, ma di classe. E poi, chi ha detto che il populismo non possa andare bene?
E così arriviamo a "Cuore di Pietra", l'ennesima perla nella sua collana di dischi.
Piccole persone in piccole città con piccole speranze e piccoli problemi, come quello di non riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena, e piccole case dove tornare e che non esistono più.
Amori andati a male. Insomma, tutte quelle storie che hanno fatto, e hanno fatto grande, la country music. Niente pruriti mistici, nelle canzoni di Knight: dio, se c'è, non si occupa troppo delle nostre piccole beghe terrene. Eppure basta poco, perché il "comune" diventi "straordinario, basta la voce e la musica di Chris Knight!
Anche perché è stato proprio questa musica, il country, la musica delle radici che ha trasformato in poesia la vita e le battaglie dell'america rurale e operaia. E Knight, che proviene da un paesino di minatori del Kentucky, lo sa bene. Sa bene di cosa parla quando canta di qualcuno che ha perso il lavoro o che ha perso la propria terra, e magari entrambi.
Queste canzoni sono fatte per parlare di questa gente, a questa gente.
Non la glorifica, questa gente, Chris Knight! Non fornisce loro scuse, ma canta la speranza. Guarda al futuro senza barazzarsi del fardello del passato.
Si è guadagnato un posto, accanto a Johnny Cash e a Merle Haggard!



Cuore di Pietra
di Chris Knight

Sono cresciuto in un posto vicino a quelle che chiamano "the flats"
Non c'è molta gente che sappia dove si trovano
Non si può sentire il rumore dell'autostrada e non si riesce a vedere
nessuna via d'uscita
Vi garantisco che lì non c'è niente che valga la pena di un rimpianto

Papà ci mollò tutti nel '91
Lasciandoci a chiedersi cosa gli fosse capitato
Dritto in piedi nel cortile fissavo la strada
Suppongo di aver perso molte cose che non so

Ho avuto promesse infrante
Ho avuto la mia famiglia sfasciata
Non rovinarti con un cuore di pietra

Ho sposato una ragazza che ho incontrato in Tennessee
Lei non voleva farlo, così non lo abbiamo mai fatto
Ancora mi capita di pensarla ma il suo ricordo svanisce in fretta
Non credo che sia bene abitare il passato

Ho avuto promesse infrante
Ho avuto la mia famiglia sfasciata
Non rovinarti con un cuore di pietra

Be', telefono a mamma ogni volta che posso
Per dirle che tornerò a casa, ma non so quando
Ho incontrato papà ma è stato tempo fa
E non l'ho detto mamma, non l'ho fatto

Ho avuto promesse infrante
Ho avuto la mia famiglia sfasciata
Non rovinarti con un cuore di pietra

Be' mi sono ubriacato insieme a papà proprio la notte scorsa
Lui ha detto "lei era felice che io me ne fossi andato"
Ho sentito la gente dire "tale padre tale figlio"
Non ci penso troppo sopra ma mi preoccupa che sia così

Ho avuto promesse infrante
Ho avuto la mia famiglia sfasciata
Non rovinarti con un cuore di pietra

martedì 23 settembre 2008

La memoria del dolore



E' un'altra guerra civile, quella che si combatte nel libro di Manuel Rivas, "O lapis do carpinteiro (Il lapis del falegname, Feltrinelli)".
Una guerra già perduta, per i prigionieri di un franchismo che non ha ancora trionfato sul resto della Spagna. La narrazione è affidata, sosprendentemente, ad un aguzzino "dubbioso", un secondino che porta sull'orecchio quel lapis rosso che dà il titolo al libro. Il lapis, prelevato da un altro orecchio, quello di un pittore anarchico da lui assassinato, sarà da quel momento la sua
coscienza.
E' una storia di dolore, raccontata da memorie opposte eppure stranamente coincidenti, cantata come un bolero in una notte gallega piena di pioggia e di vento. E i personaggi ti si scavano dentro gli occhi, mentre leggi. Un dolore fantasma.
"Dicono che sia il peggiore dei dolori. Un dolore che diventa insopportabile."
Una guerra già perduta, dicevo, o forse una guerra vinta da una memoria che ogni giorno diventa sempre più invincibile, che non può essere sbaragliata, mentre colora il mondo, come le lavandaie - nel libro - che dipingono la montagna con i loro panni multicolori stesi al sole.
Messaggi in codice per i resistenti che attendono, nascosti nelle caverne.

lunedì 22 settembre 2008

Quella sera a Milano ... è ancora caldo



«L'hanno picchiato, creduto morto e buttato giù; oppure l'hanno colpito al termine dell'interrogatorio, facendolo poi precipitare incosciente, e questo spiegherebbe anche il suo volo silenzioso, senza neppure un grido, e spiegherebbe pure che dei cinque agenti solo uno (il carabiniere) si precipita giù per accertarsi delle sue condizioni. Di questo racconto sono convinta ancora oggi».

Licia Pinelli da
«“La piuma e la montagna. Storie degli anni Settanta»
di Sergio Sinigaglia
e Francesco Barilli
- ManifestoLibri


venerdì 19 settembre 2008

Canzone d'amore perduto



Esce ad Ottobre il nuovo volume, l'ottavo, della serie "bootlegs". Si intitola "Tell Tale Signs" e, fra le altre canzoni, contiene una outtake dall'album "Time out of Mind". Il video, con Harry Dean Stanton, è splendido. E contiene anche un tocco d'ironia, quando mostra Stanton che si fa una copia del nuovo cofanetto!
Magari, forse, Bob ha voluto dire qualcosa alla Sony e alla sua spregevole operazione. Oppure forse no ....

Sognarti
di Bob Dylan

La luce in questo posto è orribile
Sembra di stare sul fondo di un ruscello
Da un momento all'altro potrei svegliarmi da un sogno
Mi manca tanto la carezza più dolce
Come la tomba di un bambino
Che non ha mai pianto o riso
Nascondo la mia fede nella pioggia
Ti ho sognato
E’ tutto quel che faccio
E questo mi fa impazzire

Da qualche parte sta facendo giorno
Un raggio di luce avanza sfrecciando
Le campane delle chiese suonano
Mi chiedo per chi
Tu Viaggia sotto qualche stella
Ovunque sarai mi vedrai

Il passato ombroso è così vago e così vasto
Dormo in bilico sopra il mio dolore
Ti ho sognato
E’ tutto quel che faccio
E potrebbe farmi impazzire

Forse avranno ragione di me e forse no
Ma ad ogni modo, non sarà stanotte
Vorrei la tua mano nella mia proprio adesso
Potremmo andare dove la luna è al perigeo

Per anni mi hanno tenuto chiuso in gabbia
Poi mi hanno buttato su un palco
Ci sono cose che durano più di quanto immagini
E non si spiegano mai
Ti sto sognando
E’ tutto quel che faccio
E questo mi fa impazzire

Beh, io mangio quando ho fame
Bevo quando ho sete
Vivo la mia vita, per dirla tutta
E anche se la mia faccia si riempie di rughe
Non importa finché tu ci sei

Mi sento come un fantasma innamorato
Sotto il paradiso lassù
Mi sento più lontano di quanto non sia stato mai
Mi sento più lontano di quanto possa sopportare
Ti sto sognando
E’ tutto quel che faccio
Ma questo mi fa impazzire

Ogni cosa sulla mia strada è riluttante come il giorno
In una forma strana e inusuale
Spirali di nebbia dorata qua e la in un incendio
Come raggi di luce in una stella

Forse sei qui o forse non c'eri
Forse hai toccato qualcuno e ti sei bruciata
Il sole silenzioso mi ha messo in fuga
Facendomi un buco nel cervello
Ti sto sognando
E’ tutto quel che faccio
potrebbe farmi impazzire

giovedì 18 settembre 2008

rivolte carcerarie



"Marat, queste prigioni interne
sono peggiori delle più profonde segrete di pietra
e fino a che non vengono aperte
tutte le vostre agitazioni
non sono che sommosse carcerarie
soffocate da galeotti comprati"

dal Marat-Sade (La persecuzione e l'assassinio di Jean-Paul Marat rappresentati dai ricoverati del manicomio di Charenton sotto la direzione del marchese de Sade)
di Peter Weiss

mercoledì 17 settembre 2008

pensieri



"Bisogna essere lenti come un vecchio treno di campagna e di contadine vestite di nero, come chi va a piedi e vede aprirsi magicamente il mondo, perche' andare a piedi e' sfogliare il libro e invece correre e' guardarne solo la copertina. Bisogna essere lenti, amare le soste per guardare il cammino fatto, sentire la stanchezza conquistare come una malinconia le membra, invidiare l'anarchia dolce di chi inventa di momento in momento la strada.
Bisogna imparare a star da se' e aspettare in silenzio, ogni tanto essere felici di avere in tasca soltanto le mani. Andare lenti e' incontrare cani senza travolgerli, e' dare i nomi agli alberi, agli angoli, ai pali della luce, e' trovare una panchina, e' portarsi dentro i propri pensieri lasciandoli affiorare a seconda della strada, bolle che salgono a galla e che quando son forti scoppiano e vanno a confondersi al cielo. E' suscitare un pensiero involontario e non progettante, non il risultato dello scopo e della volonta', ma il pensiero necessario, quello che viene su da solo, da un accordo tra mente e mondo."

("Il pensiero meridiano" - Franco Cassano)

Il pensiero meridiano era il titolo che chiudeva l'ultima parte de "L'uomo in rivolta" di Albert Camus. E pare che, adesso a distanza d'anni, Camus si stia prendendo la sua rivincita su un certo "pensiero notturno", tirando dalla sua parte anche quelli che in gioventù, forse, mai e poi mai si sarebbero sognato di dare ragione a chi definiva Marx, "profeta della giustizia senza tenerezza". Adesso, magari, va di gran moda contrapporre - come fa Camus - comune a stato e rivolta a rivoluzione. Niente di strano, se si riscoprissero - di questi tempi - figure come quella di Giuseppe Fanelli e di Ricardo Flores Magon. Come se si passasse dal "Lenin in Inghilterra" e "Marx a Detroit", entrambi di Mario Tronti, a "Ricardo Flores Magon a Centocelle" di Franco Piperno!


«Vento del Meriggio» DeriveApprodi
Dall’introduzione di Franco Piperno:

I nove saggi raccolti in questo volume si distendono su una costellazione di luoghi che attraversa buona parte del Mezzogiorno continentale e su un orizzonte temporale decennale – da una parte, sono arbitrari segnatempo che alludono alla ricostruzione, dall’interno, di ciò che è accaduto dell’anima meridionale in quest’ultima decade; dall’altra, costituiscono delle piccole pietre miliari che nominano i «luoghi ameni», quei luoghi dove si sono dati avvenimenti singolari che hanno trovato il loro compimento come sentimenti, concetti, giudizi – penetrati nel senso comune fino al punto d’abitare ormai quegli stessi luoghi.

Da un punto di vista accademico o, meglio, di storia del pensiero politico, gli scritti qui pubblicati sono il risultato di una convergenza imprevedibile tra due traiettorie culturali partite da luoghi geograficamente assai distanti e del tutto autonome l’una dall’altra. Infatti, a far data dagli anni Novanta del secolo appena trascorso, è andato delineandosi, nel Mezzogiorno d’Italia, un «pensiero meridiano» che ha creato le premesse per una vera e propria «esplosione di senso», per dirla con Jurij Lotman. Qui, oltre al rimando bibliografico ai lavori di Alcaro, Cassano, Petrusewicz et al.1, importa sottolineare come il risultato più significativo conseguito da questo sforzo di pensiero sia stato la critica roditrice della tediosa «questione meridionale», ovvero la demolizione spietata della rappresentazione del sud costruita, a partire dalla fine dell’Ottocento, da quella corrente economico-politica che va sotto il nome di «meridionalismo». Si badi: non si è trattato solo di fare i conti con la radice liberal-risorgimentale che ha alimentato il meridionalismo italiano tanto nella sua versione dorsiana-salveminiana quanto in quella marxista-gramsciana – per via dell’inerzia dei processi d’individuazione, i ruderi di questa tradizione, ben rappresentati icasticamente dalla figura del governatore-giornalista della Calabria Agazio Loiero, sparsi anche al di fuori del Mezzogiorno, nella pubblica amministrazione, nelle burocrazie sindacali e di partito, nelle redazioni dei giornali e delle emittenti televisive, continuano a produrre e riprodurre una «opinione pubblica» accidiosa; mentre nell’attività di studio e di ricerca la presenza del meridionalismo è divenuta marginale, se non caricaturale, come è attestato dalle opere di un esemplare epigono, l’accademico napoletano Enrico Cirillo Pugliese.

La posta è stata ben più alta, perché si è puntato a emancipare gli studi sul Mezzogiorno dal privilegio indebito accordato e dalla conseguente egemonia esercitata da quella triste e improbabile scienza che è l’economia politica; e ad aprirli nel verso dell’antropologia e della sociologia comparata, della storia delle idee, delle passioni comuni, dei desideri indotti, della comune apprensione del tempo e della natura, della psico-analisi della vita quotidiana, del senso comune, delle forme di rimozione collettiva. Questo primo, meritorio, lavoro di scavo tra i concetti irriflessi ha consentito l’apparire di uno scenario da esodo, esodo semantico da parole come crescita economica, modernizzazione, progresso – riconosciute nella loro natura di credenze culturali, ideologie superstiziose; feticci, insomma, che legittimano il funesto desiderio d’arricchirsi in fretta piuttosto che tendenze ontologiche dell’umanità in ascesa.

Così, per riassumere con un veloce slogan il lento e profondo maturare del «pensiero meridiano», possiamo dire che il rifiuto sordo e massiccio alla modernizzazione, quella comune percezione ciclica e lenta del tempo, considerata alla stregua di un cancro da estirpare per la salvezza della nazione intera, si è svelato come un immenso magazzino di sentimenti, relazioni, concetti dal quale attingere a piene mani perché il Meridione rientri in se stesso, assuma consapevolezza della propria autonomia etica e civile.


Franco Piperno (a cura di)
Vento del meriggio
Insorgenze meridionali e postmodernità nel Mezzogiorno
DeriveApprodi pagg. 228 €13

venerdì 12 settembre 2008

cosìvalavita



Jose Diaz (Siviglia, 1896 - Tiflis, 1942), segretario del Partito Comunista di Spagna PCE). Milita dapprima nell'anarchismo, entrando nel PCE piuttosto tardi, nel 1929.
Assertore convinto della politica di fronte popolare, elaborata dal Comintern, dopo l'inizio della
guerra civile conduce una lotta accanita contro il movimento anarchico ( 'I fascisti, i trozkisti e gli incontrollabili [leggi anarchici e socialisti]' - aveva dichiarato al congresso del suo partito nel
marzo del 1937 - 'sono i nostri tradizionali nemici e devono essere sterminati non solo in Spagna, ma in tutti i paesi civili'.).
La mano tesa alla borghesia liberale, la tesi di una repubblica parlamentare "di tipo nuovo", il rifiuto delle collettivizzazioni indiscriminate sono i caposaldi di una politica che, dopo il maggio 1937 a Barcellona, s'impone definitivamente anche a livello di governo.
Di salute precaria, ripara in Unione Sovietica nel 1938, e qui muore nel 1942 cadendo dal quinto piano di un ospedale di Tiflis, "aiutato" nella caduta, da agenti della polizia segreta sovietica, nel quadro della liquidazione dei "testimoni" della tragedia spagnola, decisa da Stalin.

mercoledì 10 settembre 2008

Oro, oro: ce l'hanno tutto loro!



Quello che segue è un importante documento di Indalecio Prieto, ministro socialista della Marina e dell'Aviazione del governo Negrin, durante la Guerra Civile Spagnola, che è stato pubblicato anni fa in Messico dal OSP. Prieto riassume in poche pagine il modo in cui operarono i dirigenti del partito comunista francese e che cosa accadde all'oro della Banca di Spagna. La storia rivela una verità che i dirigenti stalinisti hanno cercato di nascondere per molti anni.
"Affermo - ha detto riferendosi al sostegno ricevuto nel corso della guerra - che gli effetti lucrativi possono annullare o attenuare la nostra gratitudine per l'aiuto ricevuto dall'URSS e dai partiti comunisti ad essa fedeli".
Sono otto punti di cui già si sapeva nel 1939 e che nessuno ha smentito.


1.-Il Partito comunista francese aveva amministrato, per acquisti di attrezzature militari, duemilacinquecento milioni di franchi per conto di Negrín, senza che la gestione di una somma così enorme somma fosse controllata, né poco né molto, da nessun funzionario dello Stato
spagnolo.

2. Il partito comunista francese aveva trattenuto per sé, forse come intermediario di prestazioni, una notevole parte della somma di denaro consegnatagli da Negrín.

3. La propaganda, prima pubblica e dopo clandestino, del partito comunista francese veniva pagata con il denaro procurato dal Stato spagnolo, poiché gli aiuti della Terza Internazionale erano inesistenti e l'ammontare dei contributi era di gran lunga molto inferiore della spesa enorme per la propaganda.

4. Avido di denaro, il partito comunista francese, correggeva costantemente i suoi bilanci che nessuno esaminava, richiedendo frequentemente maggiori somme ai signori Negrín e Mendez Aspe, (quest'ultimo, ministro delle Finanze).

5. Lo splendido quotidiano comunistoide "Ce Soir", degno di "Paris Soir", era finanziato con fondi forniti da Negrín

6 .- La flotta, composta di dodici navi, appartenenti alla compagnia di navigazione francese, era di proprietà della Spagna, dal momento che erano state acquistate con denaro spagnolo tutte le imbarcazioni, e tuttavia i comunisti francesi, amminastratori della suddetta compagnia, rifiutarono di restituire le navi, considerandole loro .

7 .- Uno dei battelli della Navigazione Francia, il "Winnipeg",venne noleggiato dalla S.E.R.E. (ente di soccorso per gli espatriati istituito da Negrín) per il trasporto di esiliati in Cile, aumentando
così le entrate dei comunisti francesi, attraverso un nuovissimo sistema che prevedeva il noleggio, a prezzo elevato, agli spagnoli di una nave che apparteneva agli spagnoli.

8. Parte del tesoro spagnolo saccheggiato dal nostro territorio quando venne evacuata la Catalogna venne preso in custodia da comunisti francesi.

Per quanto riguarda il margine di profitto della Russia, è utile raccontare una storia davvero sorprendente:

Il giorno 25 Ottobre 1936 vennero imbarcate a Cartagena, con destinazione Russia, settemilaottocento casse piene d'oro, monete e lingotti. L'oro costituiva la maggior parte delle riserve della Banca di Spagna.
In precedenza, il Sig. Negrin, come ministro delle finanze (non era ancora presidente del Consiglio), aveva ottenuto l'accordo del governo, firmato dal Presidente della Repubblica, per un decreto che autorizzava le misure di sicurezza ritenute necessarie per quanto riguardava l'oro della Banca di Spagna. In qualità di membro del governo accetto la responsabilità che spetta a me per l'accordo, anche se né io né gli altri ministri conoscevano la destinazione. Non so se ne fosse a conoscenza l'allora Presidente del Consiglio, Francisco Largo Caballero.
La spedizione venne condotta con grande mistero. Se ne sono venuto a conoscenza è stato per puro caso, perché ero a Cartagena per affari di servizio - come ministro della Marina e dell'Aviazione - quando la spedizione ha avuto luogo sotto la direzione personale di Negrín e
Mendez Aspe.
Quattro dipendenti della Banca si imbarcarono sulla nave che è trasportava il prezioso carico. Essi non erano stati informati su dove fossero diretti. Credevano che sarebbero sbarcati a Port Vendres, a Sete o a Marsiglia e si ritrovarono ... a Odessa. Il 6 novembre arrivarono con il nostro oro a Mosca. E lì accadde qualcosa che merita di essere raccontata. I funzionari della Grosbank guardarono e riguardarono per interi minuti ogni pezzo, e una volta pesato lo ripesavano. I dipendenti della Banca di Spagna, abituati alla grande celerità di simili operazioni, non riuscivano a spiegarsi così tanta lentezza, la quale avrebbe richiesto vari mesi per il conteggio. Ma
questa lentezza era dovuta al desiderio di giustificare la permanenza in Russia di tutti quelli che avevano custodito la mercanzia. A tutti i costi si cercava di impedire il loro ritorno in Spagna al fine di non rendere noto l'invio dell'enorme carico d'oro. Le famiglie dei passeggeri erano inquiete e cercavano di sapere dove si trovavano i loro cari, e per placare la loro ansia anch'esse vennero imbarcate, senza sapere per dove, e portate in Russia.
La consegna dell'oro, così accuratamente pesato e misurato, doveva pur concludersi un giorno, e si concluse. I dipendenti della Banca di Spagna credettero allora che, portata a termine la loro missione, sarebbero tornati in Spagna. Ma le loro richieste in tal senso, al nostro ambasciatore, don Marcelino Pascua, furono inutili. Non si consentiva loro di partire; erano confinati, con i loro familiari, in Russia. Dopo due anni, quando la guerra era finita, l'incaricato dei negoziati, Don Manuel Martinez Pedroso, riuscì a rompere quel confino.
Ma i quattro bancari non vennero rimpatriati. In Spagna avrebbero potuto parlare della consegna. E così, al fine di evitarlo, vennero sparsi per tutto il mondo: uno venne mandato a Buenos Aires, un altro a Stoccolma, uno a Washington e un altro in Messico.
Contemporaneamente venivano fatti sparire dalla scena gli alti funzionari sovietici che si erano occupati dell'affare: il ministro delle Finanze Grinko, il direttore della Grosbank, Marguliz, il
direttore aggiunto, Cagan, il rappresentante del ministero delle Finanze nello stesso istituto di credito, Ivanoski; Il nuovo direttore del Grosbank, Martinson ...
Tutti vennero rimossi dai loro incarichi, Marguliz, Cagan e Ivanoski vennero mandati in Siberia e Grinko venne fucilato.
Nel frattempo, una rivista grafica, "L'URSS in costruzione", dedicava un numero speciale sull'aumento delle scorte d'oro in Russia, atribueondone il merito allo sviluppo dello sfruttamento di giacimenti d'oro in Russia. Era l'oro della Spagna.
La Russia non ne ha mai restituito una sola oncia.

Indalecio Prieto

martedì 9 settembre 2008

cow-punk



Accidenti alla mania di tradurre i titoli cambiandoli, nel tentativo di vendere di più! Ma è l'unica pecca della proposta, fatta dalla "Fanucci", di questo inedito di di Joe Lansdale che ho fra le mani.
"Zeppelins West". Tradotto in "Fuoco nella Polvere". Il libro è una sorta di fuoco d'artificio. Sembra di leggere il Farmer dei tempi migliori, quello a cui Lansdale si riferisce in una sua intervista definendolo come "uno scrittore capace di essere il migliore e il peggiore nella stessa frase"! Siamo in pieno cow-punk: un universo alternativo dove il Giappone avanza da ovest nel territorio degli Stati Uniti, Buffalo Bill (anzi la sua testa) che sopravvive grazie alla tecnologia e al piscio di maiale, le carni di Frankenstein sono un ottimo afrodisiaco, Ned, l'otaria del capitano Nemo che gira una manovella e batte su dei tasti, Wild Bill Hicock e Toro Seduto, per non parlare di Oscar Wilde che fa "scalpare" i poeti mediocri (la critica sa essere brutale!), ma ci sono anche il mago di Oz, Jules Verne e H.G. Wells.
Succedono queste cose, nei libri di Lansdale. La cattiva notizia è che il seguito, "Flaming London", non è stato ancora tradotto. La buona notizia è che è stato già stampato da anni, in America, e che è ancora meglio: Invasioni da Marte, King Kong, robots, dinosauri e un viaggiatore del tempo!

Joe Lansdale - Fuoco nella Polvere - Fanucci - 9 euri e 90

lunedì 8 settembre 2008

Pasquinate ...



Luigi Magni ha iniziato la sua carriera come sceneggiatore. Poi, da regista, ha cominciato quasi subito alla grande, regalandoci come suo secondo film quel "Nell'Anno del Signore" che rimane opera imprescindibile e magica.
Film del 1969, ed è già metafora di tutto quanto, da lì a qualche anno, si apprestava ad accadere. Aprirà anche la strada a tutta una filmografia incentrata intorno a quel periodo storico (il risorgimento e la repubblica romana) che a Magni deve essere particolarmente caro.
Ma esiste anche un altro Luigi Magni, minore. Autore di un romanzo come "Cecilio", ed anche autore di poesie. Forse mai pubblicate.
Una in particolare, questa che segue, fornita di un link "youtube" in cui viene recitata dal commissario Montalbano, pardon da Luca Zingaretti, volevo dire!

NOTA del 27/10/2013 : Mi fa notare un anonimo commentatore che avrei fatto un errore gravissimo, attribuendo a Luigi Magni (che è morto proprio oggi) la poesia che sarebbe invece di Roberto Lerici. Detto questo, di errori gravissimi ne ho fatto tanti in vita mia, e uno in più ... Anche perché per me questa canzone rimane ... una pasquinata.

***Anzi, dopo che mi hanno fatto notare come il "democratico", e fratello di democratici, Zingaretti censuri lo "sparavo, sparavo, sparavo", provvedo a mettere qui sotto il video di Proetti che recita, con più trasporto e meno ipocrisia, la stessa identica poesia. ***

La poesia sembra parlare di cose importanti, di temi dimenticati e quasi mai trattati.
Parla di debiti da assolvere, di figli e di cambiali lasciate dai genitori. Da pagare!
Parla di ragazzi che si era e che si dovrebbe continuare ad essere. Parla di noi



Mio padre è morto a 18 anni partigiano
di Luigi Magni

Mi' padre è morto partigiano
a diciott'anni fucilato ner nord, manco so dove;
perciò nun l'ho mai visto, so com'era
da quello che mi' madre me diceva:
giocava nella Roma primavera.

Mo l'antra notte, mentre che dormivo,
sarà stato due o tre notti fa,
m'e' parso de svejamme all'improvviso
e de vedello, come fusse vero;
sulla faccia c'aveva un gran soriso,
che spanneva 'na luce come un cero.

- Ammazza, come dormi - m'ha strillato,
era proprio lui, ne so' sicuro,
lo stesso della foto che mi' madre
ciaveva sur comò, dietro na fronda
de palma tutta secca, benedetta,
un regazzino, che ride in camiciola,
cor fazzoletto rosso sulla gola.

Ma siccome sognavo i sogni miei,
pe' la sorpresa j'ho chiesto: - Ma chi sei?-
- So' tu' padre - ma detto lui ridenno
- forse che te vergogni alla tua età
de chiamamme cor nome de papà? -

- No, papà, te chiamo come hai detto,
me fa ride vedette ar naturale,
scuseme tanto se me trovi a letto,
che voi sape'? Nun me posso lamenta',
nun so' un signore, trentadu' anni,
davanti c'ho na vita,
ancora nun è chiusa la partita. -
Lo sai, da quanno mamma s'è sposata
co' mi' padre, che invece è er mi' patrigno...
credo sett'anni dopo la tua morte... -

A 'ste parole ho visto che strigneva un poco l'occhi,
come quanno se sta ar sole troppo forte.
- Scusa papa', credevo lo sapessi -
Ma lui, ridenno senza facce caso,
spavardo, spenzierato, m'ha risposto:

- Ma che ne so io de quello che è successo,
io so' rimasto come v'ho lassato,
quanno giocavo, giocavo, giocavo...
giocavo a calcio e mica me stancavo,
giocavo co' tu madre e l'abbracciavo,
giocavo co' la vita e nun volevo,
coi fascisti però nun ce giocavo,
io sparavo, sparavo, sparavo. -

Poi m'ha toccato i piedi dentro al letto
e ha fatto un cenno, come da di' - Sei alto! -
- E dimmi - dice - prima d'anna' via,
che n'hai fatto della vita
che t'ho dato giocanno co la mia...
Vojo sape' sto monno l'hai cambiato?
Sto gran paese l'avete trasformato?
L'omo novo è nato o nun è nato?
In qualche modo c'avete vendicato?
- e rideva co' l'occhi, coi capelli,
sembrava quasi lo facesse apposta.
Me sfotteva, capito, quer puzzone
rideva e aspettava la risposta.

- Ma tu che voi co' tutte 'ste domanne?
Mo' perché sei mi' padre t'approfitti.
Tu m'hai da rispetta', io so' più grande!
Va beh adesso accampi li diritti
perché sei partigiano fucilato...
ma se me fai sveja' io t'arisponno,
mabbasta solo che aripijo fiato.

Certo che la vita è migliorata!
Avemo pure fatto l'avanzata.
Travolgente hanno scritto sui giornali. -

- Mejo così - me fa - se vede che è servito...
vedi quanno che m'hanno fucilato
Nun ho strillato le frasi de l'eroi
pensavo a voi che sullo stesso campo
avreste certo vinto la partita
pure che io perdevo er primo tempo. -

- No, un momento papà, te spiego mejo...
nun è che avemo proprio già risorto
nella misura in cui ci sta er risvorto emh...
E allora quer ragazzo de mi' padre
che stava a pettinasse nello specchio
s'arivorta me fissa e me domanna:
- Ma insomma, adesso er popolo comanna?-

Qui so zompato sur letto, co' na mano
m'areggevo le mutanne, co' l'altra
cercavo de toccallo, e nun potevo.
Allora j'ho parlato,
perché m'aveva preso come 'na malinconia
e nun volevo che se ne annasse via
prima de sape' bene come è stato.

- Sei ragazzo, papa', come te spiego
nun poi capi' come cambia er monno..
Ce vole tempo, er tempo se li magna
i sogni nostri, io, sai che faccio, aspetto!
Tutto quello che viene, io l'accetto,
semo contenti se la Roma segna,
li compagni so' tanti e li sordi pochi...
e nun ce sta più tempo pe' li giochi! -

- Ma so' sempre quelli te strappano le penne,
ma tu nun poi capi' papa', sei minorenne,
se eri vivo te daveno trent'anni,
mejo che torni da dove sei venuto,
perché quelli che t'hanno fucilato,
proprio quelli lì qui te fanno mori' tutti li giorni!
Lassa perde papà, qui nun e' aria,
semo cresciuti...nun semo piu' bambini,
torna a gioca' co' l'artri regazzini
che hanno fatto come hai fatto tu,
noi semo seri...e nun giocamo più.

A 'sto punto mi padre s'e' stufato,
ha fatto du' spallucce, un saluto,
s'è rimesso in saccoccia la sua gloria
e vortanno le spalle se n'e' annato
ripetendo nel vento la sua storia:

- Ma che ne so io de quello che è successo,
io so' rimasto come v'ho lassato,
quanno giocavo, giocavo, giocavo...
giocavo a calcio e mica me stancavo,
giocavo co' tu' madre e l'abbracciavo,
giocavo co' la vita e nun volevo,
coi fascisti io però nun ce giocavo...
io sparavo, sparavo, sparavo.

venerdì 5 settembre 2008

sportivamente


Club Esportiu Júpiter, solo una delle tante squadrette che militano nei campionati regionali spagnoli, forse .... Già, forse!
Sul "manifesto" del 21 marzo 2008, Andrea Sceresini ha pubblicato un bellissimo pezzo in cui racconta la storia affascinante de "
La squadra degli operai che fece la rivoluzione".
E magari, avendone voglia, si può anche leggere la storia de "L'utopia dell'olimpiade popolare", scritta sempre da Sceresini sul "manifesto" dell'8 maggio 2008.

giovedì 4 settembre 2008

al bar



Due uomini al tavolino di un caffè. Discutono.
Il primo è Buenaventura Durruti, anarchico, l’altro è Andrès Nin, segretario del Poum, il Partito operaio di unificazione marxista.
Ad un certo punto, Nin alza lo sguardo ed osserva i tram che circolano sulla via: sono stati collettivizzati dai lavoratori, dipinti di rosso e nero, e sulle loro fiancate risaltano le sigle "Cnt-Fai". Si sa che Nin ha pensato che questa misura fosse, forse, un poco assurda. Del resto, però, erano stati gli stessi tranvieri a prendere l’iniziativa: l’intera linea era controllata dal sindacato, e ai lavoratori era permesso di viaggiare gratuitamente da una parte all’altra della città. Anche riguardo a questa questione, Nin aveva avuto una piccola discussione con Durruti: "E’ giusto – si chiedeva - così, fin da subito, non far pagare nulla? Forse è meglio aspettare un po’ di tempo, attendere che le cose maturino gradualmente. E poi, perché scrivere solo "Cnt", sui tram? I lavoratori sono rappresentati anche da altre sigle".
Nin era molto stupito da tutto quello che stava accadendo, e ad un certo punto dice una cosa straordinaria.
Dice: "Tutto funziona. I tram funzionano, i taxi funzionano, e tutto è gratis, persino i caffè nei bar. La gente non paga l’affitto, eppure tutto funziona, e per le strade tutti inneggiano al socialismo. Vi rendete conto di quello che ciò rappresenta?".
E' molto commosso, ed aggiunge: "Lo sapete che in Russia, per ottenere qualcosa del genere, ci vollero mesi? Dopo la presa del potere, i dirigenti trascorsero parecchio tempo a discutere sul da farsi. Sul cosa fare con i soviet, col partito".

Intervista a Wilebaldo Solano, maggio 2007, A. Sceresini

mercoledì 3 settembre 2008

Sausalito



"Se dovessi andare in Paradiso sarei infernalmente annoiato come un bambino in lacrime sul bordo di un pozzo".
Così si chiude lo splendido disco di Coner Oberst, sulle note sommesse e struggenti di "Milk thistle" (che, il dizionario mi informa, si traduce "cardo mariano"). Ma tutto il disco merita assai più di un ascolto, e canzone per canzone. Dal folk al rock al country al rock 'n' roll, l'ex-leader dei Bright Eyes realizza un'opera destinata a durare. Un disco da sentire, e da leggere nei suoi testi.


Sausalito
di Coner Oberst

Vento caldo mi gonfia i capelli
Il tempo appeso tenuto fermo da una molletta
Non c'è dolore che il sole non possa lenire
Sniffo la pelle dei sedili della tua nuova auto
Guido attraverso il deserto nel crepuscolo
Addormentata sulla mia spalla, trattieni per noi tutte le stelle

Quel genere di amore che lascia la schiena dolorante
Con addosso solo una maglietta
Lei si rigira su un materasso fatto d'aria
Chiudo gli occhi e vedo una scalinata
Che sale fino all'assoluto
E tutto il creato ha un suono troppo debole per essere udito

Così rimango fra le sue gambe
Al riparo da tutte le mie paure
Mentre i motociclisti scivolano lungo i santuari autostradali
dove spariscono i viandanti

So bene che i guai sono stati i tuoi migliori amici
Cercavano di stare con te nei fine-settimana
Cercavano di stare con te anche quando avevi preso la tua decisione
Hai detto, è tutto finito, morto.
Adesso la tua emicrania è quel che ti è rimasto di allora
Noi non siamo diversi, e io amo pagare i miei debiti

Dovremmo andarcene a Sausalito
E' facile vivere in un casa galleggiante
Lasciare che l'oceano ci culli fino a farci addormentare
E al mattino quando il sole sorge
Guardare nell'acqua e vedere il cielo blu che si riflette
Come se fosse disteso ai nostri piedi

Così rimaniamo fra queste onde
Al riparo per tutti i nostri anni
Mentre i motociclisti scivolano lungo i santuari autostradali
dove spariscono i viandanti
dove il tempo scioglie i ghiacciai
dove i campi bruciano nel tramonto
dove spariscono i viandanti

martedì 2 settembre 2008

Bene!



(...)
"E qui
dove il calore scioglie la terra,
sulle lingue di fuoco tendendo i palmi,
dallo spavento o dal ghiaccio,
si riscalda un soldato.
Il fuoco gli si posò sugli occhi,
sopra una ciocca di capelli
gli si adagiò ...
Così stupito lo riconobbi
e dissi:
« Salute, Aleksandr Blok!
E' la festa dei futuristi,
il frac del vecchiume
s'è scucito punto per punto!»
E Blok mi guardò; ardevano i fuochi.
« Bene! » rispose.
E tutt'intorno affondava
la Russia di Blok ...
Le sconosciute, le nebbie del nord
andavano a picco come rottami
e latte di conserva.
E subito il suo volto
divenne più sinistro
della morte invitata a nozze:
« Dalla campagna ... scrivono ...
m'hanno bruciato la biblioteca
nella villa ... ».
Immobile, fisso è lo sguardo di Blok
e l'ombra di Blok,
sorgendo sopra un muretto,
anch'essa pare che guardi:
sembra che entrambi
aspettino
l'incedere di Cristo
sull'acqua.
Ma Cristo a Blok
non ritenne opportuno apparire:
Blok se ne stava
con molta tristezza negli occhi.
E invece di Cristo,
più vivi, col loro canto,
apparvero degli uomini
all'angolo della strada.
In piedi, in piedi, in piedi!
(...)

da "Bene!" di Vladimir Majakovskij

Nei versi di Majakovskij, in qualche modo, c'è tutto Aleksandr Blok davanti alla rivoluzione.
"Bene!" e "Mi hanno bruciato la biblioteca". E poi, basta poco. Basta cambiare prospettiva, girare lo sguardo, distoglierlo da quel fuoco al cui calore Blok tende le mani, ed ecco che sembra di udire il passo cadenzato dei dodici che avanzano in drappello. Nel fuoco della rivoluzione, camminano, con il loro fardello di dolore, subìto e inflitto. No, a Majakovskij non riesce di vedere la figura di chi secondo Blok li guida. Non c'è nessun cristo. Ci sono solo dodici uomini soli, fra tanti uomini, che camminano cantando, i fucili puntati. E cantano la più straordinaria canzone che mai sia stata scritta. I dodici!
Usando ritmi e cadenze della canzone popolare, Aleksandr Blok tratteggia un quadro allegorico della Russia percorsa come da una tormenta, dalla sanguinosa violenza rivoluzionaria.


I dodici
di Aleksandr Blok

Cupa sera neve bianca
La bufera
I viandanti abbatte e sfianca
La bufera
sulla terra intera!

Turbina il vento
I bianchi fiocchi
E abbarbaglia gli occhi
Ghiaccio, ghiaccio:
l'uomo sui ginocchi
casca, oh poveraccio!

Il vento soffia a mulinello
marcian dodici in drappello

Le carabine sulle spalle:
intorno fiamme rosse e gialle.

I berrettacci son da ladri
Sul dorso c'è l'asso di quadri!

Olà, senza croci
è la libertà!

Tra-ta-tà!

Fa freddo, compagni, fa freddo!

Oh partirono i ragazzi
a servir l'armata rossa -
a servir l'armata rossa
con la testa nella fossa!

Amarezza amara
oh, vivere è bello!
Carabina austriaca
sdruci nel mantello!
Per la rabbia del borghese
bruceranno ogni paese
ed in fiamme andrà la terra:
Dio proteggi questa guerra!

Mi diventi un incosciente
via, ragiona rettamente.
La tua mano ancor macchiata
è del sangue dell'amata!
Tieni il passo rivoluzionario
ché non sonnecchia l'avversario!

Avanti, in alto i cuori!
Urrà, lavoratori!

... senza il nome benedetto
vanno vanno ad uno ad uno.
Pronti alla vendetta,
pietà per nessuno ...

E le canne son puntate
contro l'ombra del rivale
Nelle strade abbandonate
dove infuria il temporale
Dalle nevi accumulate
non si cava lo stivale
Vibra la vento lo stendardo.

Passo lento, passo tardo.

Più violento, più gagliardo

Il nemico si ridesta ...
La tempesta alza la testa

Avanti, in alto i cuori!
Urrà, lavoratori!

(...)

lunedì 1 settembre 2008

Colpevole



Adesso Randy Newman fa un disco più o meno ogni dieci anni (non contando le colonne sonore), e quando esce è un avvenimento.
Il suo nuovo "Harps and Angels" non è da meno.
Addirittura, il testo di "A few words in defence of our country" è finito come editoriale sul New York Times. Non c'è che dire!
Ma, senza nulla togliere alla bellezza delle sue ultime canzoni, io preferisco il Randy Newman dei tempi di "Good Old Boys", quando cantava "Guilty".
E "Guilty" la preferisco nell'indimenticabile versione dell'indimenticato John Belushi.

Colpevole
di Randy Newman

Sì, tesoro, sono ubriaco
E non dovrei essere qui, lo so
Ma sono in un mare di guai, amore
E non avevo un altro posto dove andare

Il barista mi ha dato del whiskey
Ed ho avuto un po' di cocaina da un amico
Ora devo solo continuare a muovermi
Finché non sarò di nuovo fra le tue braccia

Sono colpevole, bambina sono colpevole
E la colpa non mi lascerà per il resto dei miei giorni
Non sono mai riuscito a fare quel che avrei voluto
E niente di tutto quel che tento va in porto

Lo sai, lo sai come sono fatto, bambina
Lo sai, lo sai che non riesco a stare da solo
E ci vogliono un bel po' di farmaci
Per convincermi che sono qualcun altro.