lunedì 6 ottobre 2008

Una canzone per Canèpa



"quando la Sicilia sarà indipendente gli agrari dovranno darci le loro
terre o ci daranno le loro teste".
- Antonio Canèpa -

Ricordo quando - ero solo un ragazzino - ancora all'inizio degli anni sessanta, era ancora forte in Sicilia un sentimento "independentista". Credo che almeno due siciliani su tre ne fossero convinti; il terzo era indeciso! Certo, l'indipendentismo, in Sicilia, viene da lontano. E la fine della seconda guerra mondiale non ha certo servito ad abolirlo. Piuttosto il contrario.
Eugenio Montale, in un suo scritto, lamentava che la Sicilia non ha potuto prendere parte alla guerra partigiana. A mio avviso, invece il nodo è stato un altro: il fatto che, mentre a nord si svolgeva la guerra di liberazione, al sud, la Sicilia già "liberata", doveva fare i conti con i governi nazionali appoggiati dal CLN. Doveva fare i conti con quel genere di oppressione. Non era affatto nuova a questo genere di situazioni. Nino Bixio e Bronte. Il generale Montgomery e Comiso.
La storia si ripete.
Forse, per questo motivo è stato steso un velo di silenzio "storico" su certi personaggi che meriterebbero qualcosa di più. Un libro, un film, una canzone.
Antonio Canépa è una di queste figure. Tanto più pericoloso, dal momento che la sua limpidezza non permette a nessuno di poterlo arruolare ad un qualche genere di fascismo, più o meno ambiguo o più o meno compromesso. A rendergli un po' del dovuto, ci ha pensato Camilleri, il quale nel volume "corale", "La Storia siamo noi" pubblicato da "Neri Pozza", dedica al partigiano siciliano una delle sue storie.
Camilleri racconta, a modo suo, il fallimento dell'impresa che Antonio Canèpa concepi nel 1933, insieme al fratello e ad altri antifascisti: l'insurrezione della Repubblica di San Marino per sollevare l'attenzione mondiale contro i pericoli del totalitarismo fascista!

Dal sito Andrea Camilleri:

"Della sò sigreta 'ntinzioni nni parlò la prima vota con sò frati Luigi, 'na sira che erano nisciuti a passiare al lungomari che era diserto pirchì faciva friddo. Quella matina 'Ntonio era tornato a Catania da un viaggio di qualichi jorno in continenti. «Mentri ero a Bologna fici 'na pinsata» - dissi all´improviso. Luigi lo taliò tanticchia prioccupato. Sò frati 'Ntonio spisso e volanteri aviva alzate d´ingegno che s´arrivilavano perigliose assà. Ma siccome che gli voliva un beni dell´arma, con lui sarebbi scinnuto macari allo 'nferno.
«Abbisogna che annamo a conquistari San Marino! Un colpo di mano! E da lì facemo sapiri al munno sano che gli italiani non sunno tutti fascisti! Un gesto accussì farà un danno grosso al fascismo! Tutti ne parleranno!». Luigi strammò, completamenti pigliato dai turchi. Quelle parole ebbiro supra di lui l´effetto di un cazzotto 'n facci. Si sintì la testa 'ntronata e pinsò di non aviri capito bono. «Stai parlanno della repubbrica di San Marino?!». «Sissignore!». «Ma,
a parti che ci voli un esercito». «Ma quali esercito! Dudici picciotti risoluti e coraggiosi abbastano e avanzano. Mi studiai la guida turistica. E da Bologna sono annato macari a farci un sopralloco, a San Marino». «E le armi?». «Ci abbisognano sulo quattro revorbari. Dù ce li ha nostro patre nel tettomorto, se ce li pigliamo manco sinn´adduna. Ce ne ammancano dù ma non sunno difficili ad attrovare». «Ma non sunno picca quattro revorbari?» «Non contano l´armi, Luì, ma la sorprisa. Davanti alla caserma, di notti, ci sta 'na sula sentinella. Tutto s´aspetta quello meno che un passanti gli punta un revorbaro nella panza e gli ordina di tuppiari al portoni. Quanno quelli del corpo di guardia raprono, allura allura arrisbigliati dal sonno, s´attrovano quattro revorbari puntati. Cridimi: pinsiranno di stari sugnanno. A 'sto punto, abbiamo tutte l´armi che vogliamo. E
casa pi casa, arristamo al capo del governo, ai ministri, alle pirsone 'mportanti. Sugno certo che non ci sarà bisogno di sparari manco un colpo, basterà la sorprisa».
«E quanno pensi di fari 'sta cosa?». «Appena attroviamo all´autri deci picciotti. Io già ho sottomano a Ciccio, a Filippo e a Totò, tutti studenti universitari e tutti antifascisti come a mia e come a tia». «Io ci avrei a Nino e a Paolo». «Lo vidi? Ne ammancano sulo tri». 'Na simanata doppo il gruppo al completo s´arriunì nella casa di campagna di Nino. Si portaro appresso robba di mangiari, chitarra e mandolino, dicenno a tutti che annavano a fari 'na scampagnata. Doppo
che ebbiro mangiato, Canepa stinnì la carta turistica supra al tavolo, divisi la compagnia in quattro gruppi di tri pirsone e a ogni gruppo spiegò quello che dovivano fari. Avivano stabilito di partiri per Bologna, che era la cità indove si sarebbiro arritrovati tutti, alla spicciolata, un gruppo a distanza di un jorno dall´autro. Ma Canepa sinni partì prima e da sulo, voliva dari ancora un´occhiata a com´era la situazioni a San Marino.
Arrivato a Messina, scinnì dal treno per annare a pedi fino al ferribotto. Non fici a tempo a fari dù passi che quattro pirsone, che fitivano di sbirro luntano un miglio, se lo misiro 'n mezzo.
«Antonio Canepa?» spiò uno. In un vidiri e svidiri accapì du cose: che qualichiduno l´aviva traditi e che la partita era persa. E in un lampo, il sò ciriveddro che in quel momento marciava a grannissima vilocità, gli suggerì macari 'na possibili strata di scampo. 'Nveci d´arrispunniri, dissi:
«Hop!». Isò le vrazza ed eseguì tri aliganti rote una appresso all´autra.
«Che fate?» spiò 'ngiarmato il capo dei sbirri. «Non vedete? La ruota. Perché io sono n´automobile!». E si misi a firriare torno torno ai quattro imitanno con la vucca tutte le rumorate di 'n´automobili, il cangio di marcia, il ron ron del motori, il pèpè della trombetta, il rauco sono del clacchisi. Po´ si ghittò 'n terra facenno voci: «M´è finita la benzina! Pi carità! Tanticchia di benzina!». Fu accussì che 'nveci che 'n carzaro, lo portaro al manicomio.
L´autri vinniro arristati e mannati 'n galera."

Ad ogni modo, dopo quest'esperienza, nel 1937 pubblica l'opera in tre volumi "Sistema di dottrina del fascismo", un lavoro storico scientifico sulla teoria del sistema fascista che gli varrà la cattedra universitaria di docente di storia e dottrina del fascismo e storia delle dottrine politiche. Una mossa incredibile che lascia stupefatti, per freddezza e calcolo, che permetterà a Canepa di impostare tutta la sua attività negli anni seguenti. Intraprende la doppia attività: da un lato severo docente universitario, dall'altro, con lo pseudonimo di Mario Turri, o anche prof. Bianchi, comincia ad organizzare l'opposizione al regime fascista ed al colonialismo. E' a capo del movimento clandestino indipendentista dei gruppi di "Giustizia e libertà", ai quali si devono le uniche azioni di guerra partigiana nell'Isola dall'inizio del 1941 al giugno 1943. E' in contatto con i servizi segreti inglesi, con cui mette in atto un sabotaggio il 10 giugno del 1943 contro l'aeroporto di Gerbini, vicino Catania, che veniva usato dalle forze armate naziste.Nel 1944 è a Firenze, dove partecipa alla lotta di liberazione, ma la stessa notte in cui Pertini e i suoi giungonoin città, Canèpa in silenzio tornerà in Sicilia, a Catania dove, nell'autunno del '44 si pose ad organizzare una forza armata indipendentista. Nei suoi rari contatti con i leaders del movimento separatista, egli sosteneva che l'indipendenza si sarebbe dovuta conquistare con la forza. Durante la sua permanenza al nord, fra il 1943 e i primi mesi del 1944, aveva preso contatto con la direzione del Partito Comunista, esponendo con estrema precisione la situazione siciliana, prospettando cioè
l'intenzione della classe agraria di fare della Sicilia una repubblica clerico-aristocratica, oppure - se la corrente capeggiata dal duca di Carcaci di Catania avesse prevalso - una monarchia retta da una famiglia regnante siciliana. Canepa aveva anche fornito particolari sui contatti privati intercorsi tra i dirigenti di destra del movimento e rappresentanti conservatori inglesi e americani. Tornato a Catania, aveva stretto i suoi legami con i comunisti siciliani, pur
restando fedele ai suoi ideali separatisti. Riteneva che l'idea indipendentista avesse una base popolare che si sarebbe immancabilmente rivelata in seguito, e sosteneva la necessità di
essere presenti all'interno del separatismo per indirizzarlo positivamente.
L'organizzazione del gruppo armato di Canepa era ancora in una fase preliminare quando, a Palermo, la direzione del movimento separatista decise di dar vita ad un "esercito di liberazione" (l'E.V.I.S.), e Antonino Vàrvaro propose subito che si utilizzasse il lavoro già svolto da Canepa a Catania, nominandolo capo militare. Lucio Tasta, i latifondisti e i nobili, d'altro canto, che speravano di poter controllare l'iniziativa di Canepa, accettarono una soluzione di
compromesso: Guglielmo Paternò Carcaci avrebbe assunto il ruolo di comandante supremo con l'ausilio di Concetto Gallo, e Antonio Canepa quello di comandante di una brigata che si sarebbe subito formata in montagna, armata e organizzata con criteri simili a quelli messi in pratica dai partigiani jugoslavi. Canepa passò quindi alla pratica. Era un uomo energico. Raramente partecipava a riunioni politiche pubbliche. Molti, a Catania, non sapevano neppure che egli fosse indipendentista. Anche coloro che avevano inteso parlare dell'esercito separatista e del suo capo "Mario Turri", non avevano la più vaga idea che alla testa dei guerriglieri ci fosse quel professore dall'apparenza così calma e innocua. Canepa, che aveva anche collaborato con i servizi segreti inglesi per realizzare dei sabotaggi, aveva assimilato una mentalità cospirativa.
Agiva prendendo tutte le precauzioni. Dava appuntamento ai volontari e poi si nascondeva per osservare le loro reazioni e in genere li riceveva in una soffitta dell'Università, oppure in mezzo alle macerie di un vecchio palazzo di via San giuliano a Catania. Riuniva i giovani a piccoli gruppi, dando a ciascuno un nome di battaglia, l'unico che fossero autorizzati a usare, e li muniva di carte d'identità false di cui aveva una riserva praticamente inesauribile. Cambiava ogni volta il luogo dell'appuntamento e una volta che ebbe bisogno di riunire un gruppo più numeroso del solito, una quarantina di volontari, li convocò nella sagrestia di una chiesa, con la complicità di un prete
separatista. Non appena l'E.V.I.S. avesse raggiunto un organico di cinquecento o mille uomini, sarebbe scoccata l'ora della guerriglia urbana e della sollevazione generale, e la lotta di liberazione dei Siciliani sarebbe entrata nella fase d'irreversibilità. Questo era il preciso e classico piano strategico di Antonio Canèpa.
Serve denaro per mettere in piedi un esercito, sia pure formato solo da avanguardie d´assalto. Da Catania arriva a Canepa un elenco di proprietari terrieri che avrebbero l´obbligo di contribuire e, con l´elenco, gli arriva anche l´ordine di far rispettare quell´obbligo.
Tutti i proprietari, volenti o nolenti, s´assoggettano, fatta eccezione di uno.
Canepa decide di andarlo a trovare e a costringerlo con la forza a pagare. Il 16 giugno parte con un motofurgone, e un gruppo dei suoi, verso Randazzo, nei cui dintorni abita il possidente riottoso. Nessuno indossa la divisa, ma tutti portano al collo il vistoso fazzoletto giallo-rosso dell´Esercito d'Indipendenza Siciliana. Mentre ancora si trovano sulla stretta strada di Randazzo, e precisamente in localita «Murazzu ruttu», alle otto del mattino vedono da lontano un posto di
blocco dei carabinieri. Ma i separatisti non se ne preoccupano più di tanto, sanno che quelli dell´Arma lasceranno passare il conosciutissimo furgoncino come altre volte è accaduto e del resto Canepa ha dato precisi ordini: i suoi non devono aprire il fuoco contro i carabinieri. Non li ritiene ancora all´altezza di poter sostenere uno scontro con gli addestratissimi militari dell´Arma. Ma le cose stavolta vanno diversamente.
Sulla morte di Canepa esistono almeno tre versioni. Quella dei carabinieri dice che intimarono l´alt al furgoncino e che il conducente obbedì all´ordine. Che appena si avvicinarono, vennero
fatti segno a colpi di pistola mitragliatrice e di lanci di bombe a mano. Che naturalmente reagirono uccidendo quattro dei sei passeggeri, mentre due si davano alla fuga. Che una bomba a mano in tasca a uno degli occupanti il furgoncino esplose all´interno del mezzo.
L´altra versione che convince assai di più, è quella fornita dai superstiti. Com´era prevedibile, il furgoncino viene lasciato passare. Ma appena oltrepassato il posto di blocco si apre il fuoco sui
separatisti, chiaramente riconoscibili dal fazzoletto al collo. I quali, tra l´altro, non sono in condizioni di reagire perché le loro armi sono nascoste in un doppio fondo.
C´è ancora un´altra versione, sui mandanti. E cioè che sia stato il servizio segreto militare italiano a dare l´ordine d´eliminare Canepa per impedirgli di portare a termine l´organizzazione dell´esercito separatista.

2 commenti:

Laurentius ha detto...

"Se non saremo ben decisi, compatti, intransigenti, saremo anche invincibili"; "La Sicilia deve occupare nel Mediterraneo e nel mondo il posto che la sua storia, l'operazione geografica e la operositàdel suo popolo le hanno assegnato"

Antonio Canepa.

franco senia ha detto...

redo che quel "non" dopo il "se" sia quantomeno un refuso, se non un lapsus. Ad ogni modo, caro Laurentius, avendo dato un'occhiata al suo blog, posso dirle che, per fortuna, di sicilie ce ne sono tante.
E la sua non è certo la mia!

salud