mercoledì 23 gennaio 2008

Senzacasa




Loudon Wainwright III. E' da tempo - per me - come un amico con una chitarra ed una sensibilità quasi lirica. Ha attraversato la storia della musica folk-rock, con spirito tagliente e con canzoni con titoli come "Me and My Friend the Cat" e "Glad to See You've Got Religion". Fin dai suoi primi dischi che per titolo recavano un numero romano, in progresso, a parte il primo, del 1970, che si chiamava semplicemente "Loudon Wainwright III".
Ai tempi del suo secondo album, "II", si troverà a cantare "Motel Blues" durante un programma di "women's liberation" trasmesso da una radio di Chicago. Una canzone che parlava di un cantante che cerca una ragazza da portarsi in albergo. "Il moderatore era una donna molto arrabbiata - racconta Loudon - che suggerì che forse mi avrebbe fatto bene avere i miei genitali tagliati! ...Non so. Quando l'ho scritta, la canzone, non stavo pensando alla liberazione della donna. Stavo pensando ad un "motel blues". Continua Wainwright - "Non scrivo canzoni sul Vietnam o sullo "impeachment" del presidente o sulla liberazione della donna o sulla situazione dei neri, so che le mie non sono canzoni di protesta o social-politiche. Le canzoni che di solito finisco a scrivere parlano di quel genere di cui si discute mentre si mangia, al bar. La mia è la politica dell'esistenza, quasi ."

Questa canzone, invece, una delle più belle, delle più trusti che abbia mai scritto, è recente. E parla della madre, parla della morte.


Senza Casa
di Loudon Wainwright III

Quando tu eri viva
Non ero mai solo
Da qualche parte nel mondo
C'era qualcosa che poteva essere chiamata casa

E fino quando non sei morta
Potevo dire di star bene
C'erano ragioni per vincere
E incentivi per combattere

Ora ho ricominciato a fumare
E ho pensato che tutto era finito
E che non voglio continuare a vivere
Ma cos'altro posso fare?
E mi sento come se stessi fingendo
E come se avessi ormai fatto tutto
Ed ho lasciato crescere una barba grigia
Ma piango come un bambino

Avevo sette anni quando ti cantai
"Rosin the Bow"
Nella cucina di zia Mary
E non riesco a credere

Che ho continuato a fare questo
Per tutto questo tempo
Ma adesso suonare e cantare
Mi sembra un gioco e un delitto

C'è chi mi ha telefonato per sapere se sto bene
Li ho rassicurati
Ma non è così
C'è un limite

Mi dicono che alla fine
Sono i tuoi migliori amici ad aiutarti ad andare avanti
Ma lo sanno tutti
Che eri tu la mia migliore amica

Certo ho avuto un aiuto
Lo so, stavo male
Si suppone che succeda qualcosa
Quando qualcuno muore

Ma ancora una volta comincio a star meglio
Sarò forte
Dopo tutto, ascolta
Sto cantando questa canzone

Quando tu eri viva
Non ero mai solo
Da qualche parte nel mondo
C'era qualcosa che poteva essere chiamata casa

Ora mi sento come se fossi un barbone senza casa
Ma starò bene
Camminerò attraverso i giorni
Fino ad arrivare a guardare in faccia la notte.

2 commenti:

franco senia ha detto...

Homeless

When you were alive
I was never alone
Somewhere in the world
There was something called home

And as long as you lived
I would be alright
There were reasons to win
And incentives to fight

Now I'm smoking again
I thought all that was through
And I don't want to live
But what else can I do?
And I feel like I've faked
All that I ever did
And I've grown a gray beard
But I cry like a kid

I was seven when I sang you
"Rosin the Bow"
There in Aunt Mary's kitchen
And I don't guess I know

That it's why I've done this
For all of this time
But now playing and singing
Seems a game and a crime

People have called to find out if I'm fine
I assure them I am
But I'm not
It's a line

They say in the end
Your good friends pull you through
But everyone knows
My best friend was you

Hey I've gotten some help
I guess I was afraid
You suppose something will happen
When someone is paid

But I am getting better Once again
I'll be strong
After all listen
I'm singing this song

When you were alive
I was never alone
Somewhere in the world
There was something called home

Now I feel like I'm homeless
But I will be alright
I'll get through the days
I'll face down the night
--

Enrica ha detto...

Splendido ricordo della mamma morta.

Ne riporto un altro, a mio avviso anch'esso splendido.

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In te sono stato albume, uovo, pesce
le ere sconfinate della terra
ho attraversato nella tua placenta,
fuori di te sono contato a giorni.

In te sono passato da cellula a scheletro
un milione di volte mi sono ingrandito,
fuori di te l'accrescimento è stato immensamente meno.

Sono sgusciato dalla tua pienezza
senza lasciarti vuota perchè il vuoto
l'ho portato con me.

Sono venuto nudo, mi hai coperto
così ho imparato nudità e pudore
il latte e la sua assenza.

Mi hai messo in bocca tutte le parole
a cucchiaini, tranne una: mamma.
Quella l'inventa il figlio sbattendo le due labbra
quella l'insegna il figlio.

Da te ho preso le voci del mio luogo,
le canzoni, le ingiurie, gli scongiuri
da te ho ascoltato il primo libro
dietro la febbre della scarlattina.

Ti ho dato aiuto a vomitare, a friggere le pizze,
a scrivere una lettera, ad accendere un fuoco,
a finire le parole crociate, ti ho versato il vino
e ho macchiato la tavola,
non ti ho messo un nipote sulle gambe
non ti ho fatto bussare a una prigione
non ancora,
da te ho imparato il lutto e l'ora di finirlo,
a tuo padre somiglio, a tuo fratello,
non sono stato figlio.
Da te ho preso gli occhi chiari
non il loro peso
a te ho nascosto tutto.

Ho promesso di bruciare il tuo corpo
di non darlo alla terra. Lo darò al fuoco
fratello del vulcano che ci orientava il sonno.

Ti spargero' nell'aria dopo l'acquazzone
all'ora dell'arcobaleno
che ti faceva spalancare gli occhi.

Erri De Luca