giovedì 31 agosto 2006

fusione sanpaolo-intesa


«Che cos'è un grimaldello di fronte a un titolo azionario?
Che cos'è l'effrazione di una banca di fronte alla fondazione della banca stessa?
Che cos'è l'omicidio di un uomo di fronte alla sua assunzione? »

- "L'opera da tre soldi" - Bertolt Brecht -

...portavano la peste


"La psicoanalisi costituisce una tecnica per guarire gli individui sofferenti dai desideri e dagli impulsi male indirizzati, che tessono intorno a loro delle ragnatele di terrori infondati e di attrazioni ambivalenti; una volta liberatosene, il paziente riesce a condividere con relativa soddisfazione i più realistici timori, le ostilità, le pratiche erotiche e religiose, le occupazioni, le guerre, i passatempi e i doveri familiari che la sua particolare civiltà gli offre."

- "L'eroe dai mille volti" - Joseph Campbell -

mercoledì 30 agosto 2006

arbeit macht frei 2


"Tra le misure che potrebbero entrare nel provvedimento economico vi è anche
l'innalzamento dell'età pensionabile.
L'annuncio, sempre da Telese (BN), in questo caso è del ministro per le Attività produttive, Pierluigi Bersani che sull' ipotesi di elevare l'età di accesso alle pensioni, spiega : "Stiamo naturalmente ragionando anche sul problema pensionistico. Ci stiamo riflettendo entro una logica di stabilità del sistema e anche di grande attenzione alle questioni sociali".

(fonte - La Repubblica)

don quixote


DON CHISCIOTTE
di Gordon Lightfoot

Attraverso la foresta, attraverso la valle
giunge un cavaliere libero e selvaggio
Chi sarà mai quel giovane cavaliere coraggioso
che schiva, abbassandosi, le pale dei mulini?
Selvaggio benchè sia mite
Forte pur essendo debole
Spietato, eppure tenero
Scaltro e umile, allo stesso tempo

Allunga la mano fino alla bisaccia
e ne trae un vecchio libro sciupato
Ritto come un profeta sfrontato
le sue urla attraversano l'oceano da riva a riva
fino a che la voce non gli manca
"Ho attraversato paludi e montagne
con la facilità di un falco che vola
Una volta ero un cavaliere risplendente
guardia personale del re
Ho frugato il mondo da cima a fondo
cercando di un posto dove poter dormire
Ho visto prevalere il forte
e il debole soccombere
Ho visto i figli dei contadini
svegliarsi e non avere niente da mangiare
Ho visto i proprietari terrieri
uscire a cavallo per prendere aria."

Allunga la mano fino alla bisaccia
e ne trae una spada arrugginita
che brandisce come fa un cavaliere
le sue urla attraversano l'oceano da riva a riva
fino a che la voce non gli manca
E vede il carceriere con la sua chiave
che si chiude alle spalle ogni traccia di colpa
E vede il giudice sopra lo scranno
che tratta il caso meglio che può
E vede i saggi e i malvagi
alimentare il sacro fuoco della vita
E vede il soldato con la sua arma
costretto a morire per essere ammirato
E vede l'uomo che fa la punta all'ago
E vede l'uomo che compra e vende
E vede l'uomo che mette il collare
a coloro che non osano parlare
E vede l'ubriacone nella locanda
vivere alla giornata lottando con i soldi
E vede la gioventù nera nel ghetto
costretta a vivere per strada

Allunga la mano fino alla bisaccia
e ne trae una croce annerita
adesso sta ritto come un predicatore
e le sue urla attraversano l'oceano da riva a riva
Poi in un impeto di zoccoli che si aggrovigliano
attraversa galoppando la pianura polverosa
via, ancora alla vana ricerca
il posto in cui trovare oblio.

Attraverso la foresta, attraverso la valle
giunge un cavaliere libero e selvaggio
Chi sarà mai quel giovane cavaliere coraggioso
che schiva, abbassandosi, le pale dei mulini?
Selvaggio benchè sia mite
Forte pur essendo debole
Spietato, eppure tenero
Scaltro e umile, allo stesso tempo

arbeit macht frei



"Il lavoro rende liberi". E' lo slogan scelto da Tommaso Coletti, presidente della Provincia di Chieti ed esponente della "margherita", per i depliant e le inserzioni pubblicitarie della Provincia che promuovono i Centri per l'impiego.
"Il lavoro rende liberi - scrive Coletti nella pubblicità - Non ricordo dove lessi questa frase ma fu una di quelle citazioni che ti fulminano all'istante perché raccontano un'immensa verità". Secondo il presidente, senatore della Margherita nella scorsa legislatura, il messaggio non è di cattivo gusto perché "le parole hanno un significato in senso assoluto e non in relazione a chi le adopera".

martedì 29 agosto 2006

generazioni


[…] Noi ci siamo gettati con troppa foga e avidità verso il futuro perché ci potesse restare un passato. Si è spezzato il legame dei tempi. Abbiamo vissuto troppo del futuro, pensato troppo ad esso, in esso troppo creduto, e per noi non c'è un'attualità autosufficiente: abbiamo perso il senso del presente. Noi siamo i testimoni e i compartecipi di grandi cataclismi sociali, scientifici e d'altri ancora. La vita quotidiana è rimasta indietro. Secondo una splendida iperbole del primo Majakovskij, "l'altra gamba corre ancora nella via accanto". Ed ecco che "i tentativi di organizzare la vita personale assomigliano agli esperimenti per scaldare un gelato".
[…] Neppure il futuro ci appartiene. Tra qualche decennio ci affibbieranno duramente il titolo di "uomini dello scorso millennio". Avevamo soltanto canzoni affascinanti che ci parlavano del futuro, e d'un tratto queste canzoni da dinamica del presente si sono trasformate in fatto storico-letterario. Quando i cantori sono uccisi, e le canzoni trascinate al museo e attaccate con uno spillo al passato, ancora più deserta, derelitta e desolata diventa questa generazione, nullatenente nel più autentico senso della parola.

"Una generazione che ha dissipato i suoi poeti - Il problema Majakovskij"
- Roman Jakobson -

storie


In fondo è proprio il mondo, tutto questo mondo che a prima vista potrebbe sembrare solo una cosa fatta di pietra e piante, che è una storia, semplicemente.
Il mondo contiene in sè una storia e questa storia e la somma di tutte le storie minori; eppure tutte queste storie minori sono sempre la stessa medesima storia e contengono tutto. Cosicchè tutto è necessario: ogni minimo particolare.
E' questa in fondo la lezione: non si può fare a meno di nulla.
Niente deve essere disprezzato.
Non sappiamo dove stanno i fili. Non abbiamo modo di sapere quali sono le cose di cui si può fare a meno. E tutti quei fili che non conosciamo, che non vediamo, fanno parte anche essi della storia. E la storia può esistere solo nel racconto.
E quindi non si può finire mai di raccontare. Non può esserci fine al raccontare.

- Cormac McCarthy -

lunedì 28 agosto 2006

lupi solitari


Un lupo solitario si aggira da alcuni mesi nella Valle di Goms, Alto Vallese, in Svizzera. Il servizio cantonale della caccia ha chiesto un preavviso a Berna per poter procedere all'abbattimento. Così è previsto quando un lupo abbia sbranato "almeno 35 animali da reddito nell'arco di quattro mesi consecutivi o almeno 25 animali da reddito nell'arco di un mese", e il lupo di Goms ha ucciso complessivamente 33 pecore fra il 1. luglio e la notte del 24 agosto. Ed inoltre è stato accertato che 26 pecore sono state sbranate in un solo mese.
...
Chissà se c'è qualcuno che si ricorda ancora di Luciano Liboni...?



"se si muovono...uccideteli!"


"Ogni personaggio sta lì a darci una chiave del Messico, ogni panorama serve a sua volta a darci la chiave del personaggio, della sua fame, della sua sete, della sua rabbia di vita, della sua paura...Un panorama può spiegare un uomo?
Sì, se è messicano."
- David Samuel Peckimpah - 21 Febbraio 1925 - 28 Dicembre 1984 -

venerdì 25 agosto 2006

...vitti 'na crozza...


Un bel disco "Sicily" di Carlo Muratori . Ben fatto, ben cantato, ben confezionato con quel merletto che occupa quasi metà della copertina. E un bel libretto, con i testi siciliani tradotti in inglese, oltre che in italiano. C'è anche il celeberrimo "Vitti 'na Crozza".
Già, "...vitti 'na crozza supra 'nu cannuni.....". Tradotto come "Ho visto un teschio su un cannone". Un cannone?....ma no, dai!
Il cannone, la grande canna. Così si chiamavano quasi dovunque, in sicilia, sia le torri dei castelli che quelle di guardia: solo che, distrutti castelli a torri, in certi paesi, la parola è rimasta ad evocare una mitica arma da fuoco puntata a minaccia, sull'altura dove invece era il castello.
Al cannone-torre ci si riferisce nel verso "vitti 'na crozza supra LU ( e non "''nu") cannuni", che, a chi non sa, fa piuttosto pensare ad un cannone (arma da fuoco) decorato del piratesco emblema di un teschio. E invece si tratta del teschio di un giustiziato.
Nelle giustizie feudali - anche in Sicilia - si usava attaccare la testa dell'uomo, su cui era stata eseguita sentenza di morte, alla torre del castello; e, se si trattava di un qualche brigante che aveva terrorizzato anche le terre vicine, i "quarti" (di uomo, non di bue) alle porte del paese.
...spendiamo anche due parole su "crozza". Di "crozza" esiste anche una personalizzazione, in Sicilia. Prende il nome di "Viciu Crozza", traducibile in "Vincenzo Teschio". Ed è il nome ed il cognome della "morte". Non la morte che viene per prendere, bensì quella che appare per ammonire.
"Cu nun diuna lu venniri di marzu
ci agghiorna viciu crozza a lu capizzi"
(chi non digiuna nei venerdì di marzo/
si troverà al mattino con la morte al capezzale).
In quanto a Viciu Crozza, è probabile che abbia origine da qualche immagine di san vincenzo con accanto un teschio.
Finisco, aggiungendo solo che il distico ammonitore si usava recitarlo in special modo ai bambini. Come "imago mortis"!

giovedì 24 agosto 2006


Tradurre canzoni, per cantarle, non è la stessa cosa che tradurre canzoni per meglio capirle! C'è stato un periodo, nella storia della musica italiana, in cui le "cover" erano all'ordine del giorno. Erano gli anni sessanta, in Italia, e si "coverava" di tutto. Spesso senza nemmeno dichiararle, le cover! Mi è capitato, non troppo tempo fa, di vedere in televisione un cialtrone (dovrebbe essere "Renato dei Profeti", mi dice google) che spacciava ancora per sua la brutta cover di "Angel of the Morning" di Chip Taylor, che gli aveva dato un immeritato successo negli anni sessanta, per l'appunto. Tradurre canzoni, si diceva, era cosa diffusa. Anche perché in Italia esisteva (credo non esista più) una "strana" legge che faceva sì che il traduttore ufficiale, chessoio, di una canzone di Bob Dylan per esempio, si trovava ad incassare una percentuale non solo sul pezzo coverato e venduto nei negozi, ma anche una percentuale sull'originale. Per esempio, Mogol (tanto per fare un nome), oltre a prendere le "royalties" sul venduto di Tenco e del duo "Jonathan & Michelle", prendeva anche tutte quelle su Bob Dylan riguardo a "Blowin' in the Wind". Questo faceva sì che i traduttori ufficiali fossero pochi e riconoscibili.
Al "problema" della traduzione - conviene citarlo - è dedicato il bel libro, a cura del "Club Tenco", "La tradotta - storie di canzoni amate e tradite" Edizioni Zona.
Assai meno consueto, invece, è stato il "coveraggio" all'incontrario; ovvero la traduzione e interpretazione di canzoni italiane in altre lingue. Fra queste almeno un paio meritano di essere citate. "Disamistade" di Fabrizio de André, da parte dei Walkabouts e "Auschwitz" di Guccini, resa in inglese da Rod MacDonald nel suo album "Man in the Ledge" del 1994.

Auschwitz
by Francesco Guccini
translated from the italian by Rod MacDonald

I died, who was a child
I died, like so many others
who passed through a chimney
and now are in the wind

At Auschwitz, there was the snow
and the smoke rose slowly of so many people
but now there's only a great silence
of so many people in the wind

It's strange, but still I haven't learned
to smile here in this wind
and I wonder, can man learn to live without killing?
and will this wind ever end?

And still, the cannons are sounding
and still, he's not contented
this blood thirst of the human beast
with so many in the wind

Yes, and still, the cannons are sounding
yes, and still he's not contented
we will be here always, the smoke and the powder
of millions in the wind

Un vecchio andava tutte le sere a cantare il tramonto in una grotta in cima alla montagna. E tutte le sere un bambino lo seguiva per osservarlo a distanza. Un giorno il bambino gli domandò: "Canti da solo. La tua gente è dispersa, disgregata, sterminata dall'alcool, la fatica, la fame, le droghe, il carcere... Ormai parlano solo la lingua dell'impero e non sono nemmeno in grado di capirti... perché continui a cantare? Sei rimasto solo". Il vecchio rispose: "Se non lo facessi vorrebbe dire che hanno preso anche me".

...me and Bobby McGee


Ci sono canzoni, per ciascuno di noi, che sono come una sorta di manifesto.
Una canzone-manifesto è qualcosa che si avvicina al nostro "ideale" di canzone. Una canzone ideale...Non tanto perchè riesce a rendere, con le parole e con le immagini che queste suscitano, quei pensieri o quelle considerazioni che ci piacerebbe dire o sentir dire. E' più come un qualcosa che viene messo in scena. Con la musica giusta, col ritornello giusto. Una storia. Forse nemmeno tanto giusta.
E', forse, il film che vorresti girare, o vedere girato da uno dei registi che ami in modo particolare. Un film in cui, naturalmente, la canzone di cui si sta parlando farebbe da tema della colonna sonora.


...me e bobby mcgee
di Kris Kristofferson

Bucai una gomma a Baton Rouge;
Ero solo e mi sentivo scolorito quasi come i mie jeans
Incontrai Bobby, e lei riuscì a farsi dare un passaggio da un tir prima che cominciasse a piovere;
mettendoci così sulla strada per new orleans
Mi stavo soffiando tristemente il naso nel mio fazzoletto rosso e sporco
quando Bobby cominciò a cantare i blues
I tergicristalli schiaffeggavano il tempo e Bobby batteva le mani
e alla fine cantammo tutte le canzoni che il camionista conosceva

CORO:
Libertà è solo un modo come un altro per dire che non hai più niente da perdere
e le uniche cose che hanno valore sono quelle che sono gratis
Era facile sentirsi bene quando Bobby cantava i blues
E, amico, questo ci bastava
Era abbastanza per me e per Bobby McGee

Dalle miniere gelate del Kentucky fino al sole della California,
Bobby condivise i segreti della mia anima
Restava in piedi al mio fianco, qualsiasi cosa io facessi;
ed ogni notte teneva lontano il freddo da me
Finchè dalle parti di Salinas lasciai che se ne andasse
in cerca di quella casa che spero possa trovare
Ed io avrei dato via tutti i miei domani per un solo ieri,
mentre stringevo al mio il corpo senza vita di Bobby.

CORO:
Libertà è solo un modo come un altro per dire che non hai più niente da perdere
e il niente che mi è rimasto e tutto ciò che lei mi ha lasciato
Era facile sentirsi bene quando Bobby cantava i blues
E, amico, questo ci bastava
Era abbastanza per me e per Bobby McGee


*** Nota: Bobby è un nome femminile



mercoledì 23 agosto 2006

E. G. de la S. (1928-1967)


Ci fu un tempo quand'erano in diecimila a portare in capo il suo berretto,
in centomila a portare per le strade, del suo ritratto
grandi ritratti, a gridare il suo nome a perdifiato.
Irreali sembrano ora quei cortei attraverso la città, quasi
quanto la terra e la classe in cui egli era nato.

Lontana dai mattatoi e dalle baracche e dai bordelli
si sgretolava sul fiume la villla del padre. Il denaro era svanito,
ma la piscina fu tenuta. Un bambino timido, allergico,
spesso sul punto di soffocare. Lottò col proprio corpo,
fumò sigari, divenne (per ciò che vuol dire) un uomo.

Sotto il cuscino teneva Jules Verne. La sua prima sortita,
la sua prima fuga nella realtà: Tristi Tropici.
Ma i lebbrosi sotto la decrepita veranda lungo il Rio delle Amazzoni
non capivano ciò che diceva, e continuavano a morire. Fu solo allora
che trovò il nemico che gli rimase fedele fino alla fine,
e il nemico del nemico. Poche vittorie trascorsero, e a lui
l'Uomo Nuovo, una vecchia idea, parve una novità. Eppure l'economia
non ascoltava i suoi discorsi. Mancavano sempre gli spaghetti.
Inoltre non c'era più dentifricio, e di che cosa è fatto il dentifricio?
Le banconote ch'egli firmava non valevano nulla.

Lo zucchero sulla camicia era vischioso.
Le macchine, pagate con valuta pregiata,
arrugginivano sul molo. Un ronzìo di si dice sommergeva La Rampa.
Inchini a Mosca, nuovi crediti. Il popolo aspettava in fila,
era irresponsabile, faceva battute fameliche. Ovunque delatori,
intrighi ch'egli non afferrò mai. Un eterno forestiero.

Voleva moralizzare i Russi. Il filantropo invocava
"l'odio inesorabile che avrebbe trasformato gli uomini
in una violenta, efficace, fredda macchina omicida". In realtà
era una mimosa: preferiva leggere poesie. (Baudelaire
lo conosceva a memoria). Un delicato infingardo, pane per i servizi segreti.

E allora corse alle armi e rimase lì, dove tutto era chiaro
e distinto: nemico il nemico e tradimento il tradimento, nella giungla.
Solo lui stesso pareva spento. "Gonfio, senza barba, con le tempie grigie,
occhiali dalle lenti spesse, come un salesman, in montgomery", così
camuffato si avviò a Ñanccahuazú al suo ultimo lavoro.

Non parlava in quechua né il guaraní. "Il silenzio degli indios
era assoluto, come se venissimo da mondi diversi". Insetti,
liane, boscaglia. "I contadini come pietre". Coliche, attacchi di tosse,
edemi. Dosi eccessive di cortisone. Adrenalina.
Anelante l'ultima iniezione: "Ave María purísima!"

Già "la leggenda si diffondeva come una schiuma. Siamo tutti
Supermen, invincibili". (Sempre questa micidiale ironia,
inavvertita dai compagni). "Un relitto umano", un idolo.
"Lo avremmo impiegato", annunciarono tra i suoi nemici mortali
i più progressisti. Invece spiegarono il suo cadavere
con le mani mozzate. "Un'avventura mistica", anzi,
"una Passione che irresistibilmente ricorda l'immagine di Cristo":
così scrissero i seguaci. Lui: "Les honneurs, ça m'emmerde".
E' stato non molto tempo fa, ed è stato dimenticato. Solo gli storici
si annidano come tarme nella stoffa della sua uniforme.

Buchi nella guerra del popolo. Ormai nella metropoli di lui parla
soltanto una boutique, che gli ha rubato il nome.
In Kesington High Street ardono i bastoncini d'incenso;
accanto alla cassa siedono gli ultimi hippies, fiaccati,
irreali, come fossili, e senza quesiti, e quasi immortali.

Il testo si tronca, e quiete continuano a marcire le risposte.

- Hans Magnus Enzensberger -

...un paese di merda!



Mi dicono che Marcello Mastroianni è morto: lo straniero, il gaudente di La dolce vita, il professore socialista de I compagni, il timido omosessuale di Una giornata particolare, l'uomo di cento e passa film, quasi tutti indimenticabili. Il gigante del cinema italiano ha fatto quel che più lo ripugnava: morire. Qualche mese fa, in un'intervista insieme con Vittorio Gassman, interrogato dal direttore di la Repubblica, diceva che gli sarebbe piaciuto vivere in eterno, circondato dalle donne. Lo stesso aveva detto a me nel '93 a Colonia del Sacramento dove passammo una settimana insieme fuggendo dai rompiscatole e scompisciandoci dalle risate con le sue imitazioni di Gassman, De Niro e Fellini, con le sue storie di donne in cui finiva sempre a mal partito.
Uno dei suoi incanti era che gli annedoti che raccontava lo mostravano come un tipo grezzo. Mi ricordo di uno che tirava dentro Nikita Michalkov e il re di Spagna durante le riprese di Oci Ciornie. Il regista russo credeva di avercela fatta a guadagnarsi i favori di una misteriosa donna che cenava sempre da sola in un lussuoso hotel di Mosca di cui non ricordo il nome. Mastroianni aveva fallito nell'intento di conquistarla perché lei aveva occhi solo per un altro, un passeggero invisibile. Michalkov sembrava perdutamente innamorato della sconosciuta e alla fine di mille seduzioni Marcello riuscì a combinare l'incontro tra i due. Lei gli concesse un appuntamento galante alle due di notte in una stanza dell'ultimo piano e scomparve per tutto il giorno. Il russo attese in paziente veglia che scoccasse l'ora. Alla fine, quando furono le due in punto, si infilò in un ascensore e si piazzò davanti alla porta che lei gli aveva indicato.
Mastroianni aspettava al bar, in ansia: voleva sapere come era andata per il suo amico. Michalkov batté leggermente alla porta, ma non ottenne risposta. Tornò a bussare, questa volta più forte e poco dopo, credendo che lei dormisse, cominciò a battere con i pugni. Allora sì, la porta si aprì e quel che stava lì davanti, in mutande, era il re Juan Carlos di Spagna. Nikita accettò la sua sconfitta e scese per riunirsi con Mastroianni, sconsolato. All'ora delle riprese i due comparirono sbronzi e cantando. Ricordo questa e altre cento storie che raccontava recitandole nelle strade deserte senza che gli pesasse il fatto di essere uno degli uomini più ambiti del mondo. Detestava la fama e i suoi orpelli. Sapeva a memoria le parti dei suoi film migliori e ogni volta che glielo chiedevo si piantava in mezzo al marciapiedi e li ripeteva, soprattutto il professore de I compagni: "Senta, scusi, che paese è questo?". E la risposta: "Questo è un paese di merda". Io dormivo fin dopo mezzogiorno e uscendo dalla mia stanza lo incontravo che si aggirava per il patio dell'hotel. Rispettava gli altri con tanta naturalezza che gli argentini lo lasciavano perplesso con la loro voracità di autografi e il loro affanno di mettersi in mostra.
Ogni mattina cominciavamo allo stesso modo. Mi chiedeva: "Senta, scusi, che paese è questo?". E io: "Questo è un paese di merda". Si faceva un whisky e salivamo su un'auto che ci portava alla litoranea. Mi raccontò che il suo sogno, ai 69 anni che aveva allora, era quello di interpretare un Tarzan vecchio e sgangherato, impotente, patetico. "Perché non mi scrivi la sceneggiatura?". Gli dissi che sì, che forse un giorno... Anni dopo gli sarebbe piaciuto portare sullo schermo A sus plantas rendido un leon che conosceva attraverso la traduzione italiana. Un giorno svegliò per telefono Ettore Scola e gli chiese che cominciassimo subito a lavorarci, che cercasse un produttore, che pagasse i diritti. Non si poté: per quanto sembri incredibile, né lui né il Federico Fellini degli ultimi anni avevano il potere di smuovere i finanziatori. Arrivai a vedere, e quello fu uno dei grandi momenti della mia vita, come lui avrebbe interpretato per nessun altro che per me alcuni istanti della solitudine del console onorario argentino Bertoldi, eroe delle Malvine perduto nelle terre d'Africa.
Era un appassionato della vita alla Casanova. Da quando, adolescente, abbandonò un ufficio per dedicarsi al teatro, fu un uomo felice. La celebrità gli venne con il cinema. Otto e mezzo, I soliti ignoti, tutto il grande momento della commedia italiana. E sempre, al suo fianco, le donne più belle e intelligenti di quel mondo. "Di quale ti ricordi con più affetto? Di Catherine Deneuve o di Faye Dunaway?", gli chiesi una notte; "Di Catherine - mi disse - è molto fine, ha la pelle più trasparente del mondo. Faye Dunaway si ostinava a regalarmi scarpe. Scarpe orribili che io mettevo solo per cortesia".
Venne a salutarmi al porto e questo ebbe per me il sapore di un film perduto. Al momento di attraversare il posto di polizia mi voltai a salutarlo con la mano e al di sopra del bisbiglio della gente che gli si stringeva intorno, mi gridò: "Senta, scusi, che paese è questo?". E per quanto io già lo perdessi di vista, riuscii a rispondergli: "Questo è un paese di merda".

- Un ricordo di Mastroianni - Osvaldo Soriano - "il manifesto" 30 Gennaio 1997

martedì 22 agosto 2006

una canzone per Patricia Hearst


"Ma lei aprì i suoi occhi e si guardò intorno
E vide quanto spesso il denaro contasse più delle persone
Adesso sta scappando via da un mondo che non la vuole
Nascondendosi nel silenzio e nel vento."

da - Song for Patty (1975) - Sammy Walker -

a candle for Durruti


Racconta Al Grierson che il titolo della canzone “Una Candela per Durruti” gli è venuto da Dave Van Ronk, il quale gli raccontò una storia a proposito di un suo amico che, ogni qual volta passava accanto ad una cattedrale cattolica, entrava e accendeva una candela in memoria di Buenaventura Durruti, leader di una colonna anarchica durante la guerra civile spagnola.
La canzone è del 1998. Al Grierson è morto, in un incidente stradale. Nel novembre del 2000, Jack Hardy ha scritto una canzone per lui: “Il fantasma di Grierson”.


Una Candela per Durruti
di Al Grierson

Sui giornali c'era scritto che la guerra era stata vinta dai buoni
E nessuna stella rossa avrebbe più brillato su Mosca
Il mio cuore precipitò dentro l'abisso della mia disperazione, come un passerotto
Quando vidi la pasionaria con un fiore fra i capelli

Sopra una cartolina di Picasso, spavalda e serena
Con la misericordia di una madre, grandiosa come una regina
Aveva riunito tutti i suoi figli che erano divisi
Grazie alla potenza della promessa di una rivoluzione a venire

In mezzo alle tenebre e al disordine, nel fuoco delle nostre paure
Aveva fasciato i nostri corpi spezzati con l'arcobaleno delle sue lacrime
Nell'ora del nostro trionfo, con una promessa per la vittoria
Ed una promessa per il futuro qualora fossimo stati sconfitti

E allora, amico e compagno che stai attraversando l'oceano
Niente scintillanti souvenir, mandami solamente
il miglior rum di Cuba, fatto con la miglior canna da zucchero
E una cartolina di Picasso, non appena toccherai la sponda spagnola

E ricorda fino a domani, sebbene abbiamo ammainato le nostre bandiere
Che ci vollero sei giorni per fare il mondo, e dieci per sconvolgerlo
Accendi una candela per Durruti per onorare tutti i valorosi
chiamando all'appello tutti i caduti nella polvere del cimitero franchista.

migrazione del crimine e crimine della migrazione


Toni Capuozzo, promosso al rango di editorialista, per meriti bellici raccattati sul tubo catodico, tuona dalle "colonne" del TG5 contro la forbice degli immigrati che, fra Brescia e Lampedusa, minaccerebbe i nostri sacri confini nazionali e il nostro altrettanto sacro stile di vita.
"Solo i MERITEVOLI", avverte e non transige, indicando a chi di dovere le linee guida da seguire "avranno il privilegio di poter accedere al nostro bel paese (che in questo caso non è un formaggio)!"
Leggenda vuole che Capuozzo, nella sua dubbia gioventù risalente agli anni '70, sia stato vicino a "Potere Operaio". Ignoro (sebbene ne dubiti) se allora avesse un qualche senso del ridicolo. Adesso, sicuramente, ne è del tutto privo.
Prova a fermarlo tu, Capuozzo, con il tuo corpaccio, il flusso migrante!
Forse non sarà propriamente una risata, ma sicuramente ti seppellirà.

è la stampa, baby, non ci puoi fare niente


Mi domando perché, in questa calda estate, debba accadere che il vice-ministro Visco, già ministro delle finanze ed, in quanto tale, autore insieme ai tre sindacati di una riforma che diede luogo alle sedicenti agenzie delle entrate (riforma che in campagna elettorale venne osteggiata da Tremonti, che ne minacciava l'abrogazione e che, invece, una volta nominato, a sua volta, super-ministro dell'economia pensò bene di tenersi). Dicevo, mi domando perché un vice-ministro debba “minacciare” l'attuazione di una “anagrafe tributaria” in possesso di tutti i dati “incrociati” e in grado di fornire una “fotografia” del contribuente, scatenando, da destra a sinistra (con l'eccezione “morbida” di Robecchi, su “il manifesto”) una gara a sposare o a condannare il mesto annuncio. Quando, come dice Robecchi, basta inserire nel posto giusto il codice fiscale (ma basta anche solo il nome ed il cognome) per sapere cosa possiede il “cittadino”(non la stampante, robecchi, che oggi costa meno di una stecca di Gitanes!).
Certo che ad uno come me, che non si pone tanto il problema di essere paranoico quanto se lo sia abbastanza, viene il sospetto, come nel più feroce dei luoghi comuni qualunquisti, se siano ... tutti d'accordo.
A cercare di prenderci per il culo!
Ciascuno con i suoi mezzi: l'inghilterra con gli aereoporti, l'italia con il fisco....

lunedì 21 agosto 2006

...e tutti se ne andarono in messico...



Il 23 luglio del 1923 Stan Laurel varca la frontiera per il Messico portando con sè otto bottiglie di gin olandese che aspettano solo di essere bevute. A cosa è dovuta la sbornia colossale che ha in programma? E l'assassinio di Pancho Villa che di lì a poco avverrà sotto i suoi occhi è reale o è frutto dei fumi dell'alcool?

"C'e una canzone di Greg Brown in Havana Moon, un disco di Santana, che ripete a ritmo country la frase “E tutti se ne andarono in Messico”, ci andarono i suoi amici, ci andarono i suoi compagni, ci andò persino il suo cane. Immagino che formi parte della congiunzione di due delle più sane tradizioni nordamericane: mettersi in strada (grazie Woody Guthrie, Kerouac, Wyatt Earp, Bob Dylan, John Dos Passos, Calamity Jane, L'uomo Ragno, John Garfield, Ernest Hemingway) e scendere verso la frontiera, cercare il sud (grazie John Reed, Indiana Jones, James Taylor, Clint Eastwood, John Houston, Babe Ruth, Carleton Beals, Mike Gold, Burt Lancaster).
(...)
Scendere a sud, è, come sapevano Malcolm Lowry e Joseph Conrad e Ambrose Bierce, una discesa ai propri inferi. Abbandonando l'ingannevole paradiso nordamericano, il vero inferno, i demoni attaccano, cercano di fuggire dalla pelle ed erompere fuori. Lo sappiamo quando viaggiavamo verso sud, conosciamo i marziani che giocano a ping pong nelle nostre teste. E tutto sommato ci piace essere così, e non in un altro modo. Quello che non ha l'inferno dentro sarà contento di morire davanti al suo televisore in un posto assurdo come Indianapolis."

- "A Quattro Mani" di Paco Ignacio Taibo II -

They All Went to Mexico
by Greg Brown

Where's my pal, where's my friend
All good things must have an end
Sad things and nothings
On and on they go
I guess he went to Mexico

Chorus:
They all went to Mexico
Buenas dias, got to go
Tengo que obedecer
Mi corazon
They all went to Mexico

Where's my mule, where's my dray
Straw hat's packed up and gone away
Mule don't go north and dray go slow
They both went to Mexico
Where's my sweetie, where's the face
That lit dark corners every place
She put up with me long time you know
And then she had to go to Mexico

Chorus

Wheres my brown dog, where's my hound
He liked my truck he hung around
But he's a canine romeo
And I guess he went to Mexico
Where's that woman so sweet, so mean
Her heart was cautious her mind was keen
She was always looking for the peccadillo
I hope she went to Mexico

Chorus

Where's December's happy crew
With German bikes and sidecars too
They take the truck south to St. Louis, MO
Motorcycle all the way to Mexico
Where's my luck, where's my grace
Has it all been just a foolish chase
Every time I hear that rainy chill wind blow
I think it might be time to head to Mexico

prigioni



Questo che segue, è il testo di una canzone di Giovanna Marini, scritta intorno al 1973, se non ricordo male. Faceva da lato-B ad una ballata per Giovanni Marini, allora in carcere accusato di essersi difeso da un'aggressione fascista.

Voglio la mia libertà
Due guardie mi vennero a prendere a casa
c'era mia madre vestita di nero.
Di corsa le scale coi polsi legati
su un cellulare: una gabbia di ferro.
Gli occhi fissavano nella mia mente
quel pezzo di strada della mia borgata.
Ti senti un oggetto, ti danno del tu
tu non puoi parlare, non puoi pensare.
un numero al posto del nome di sempre,
le impronte invece di firmare.
Non puoi far niente
ascolti e taci
fino a negare te stesso.

Spiare la luce del sole da terra
con gli occhi fissi senza speranza.
nella cella gelata non puoi fare un passo,
ti guardi intorno: niente e nessuno.
E non hai più sole non hai più luna,
solo un pezzo di cielo, solo dei sogni.
Percosse e grida rimbombano sui muri
in un silenzio più vuoto del buio.
Nell'arsa mia gola un grido si ferma,
coscienza che sale di cose mai pensate:
un'ingiustizia,
non puoi accettarla;
voglio la mia libertà.

- Giovanna Marini -

cinema


"Poi è venuto il cinema e con la dinamite dei decimi di secondo ha fatto saltare questo mondo simile ad un carcere."
- Walter Benjamin-

amici



Chi non ha amici e li vuole avere è un rompiballe.
Chi non ha amici e non li vuole avere è un grande.
Chi ha amici e non li vuole avere è formidabile.
Chi ha amici e li vuole avere è malinconicamente umano.

- Gregory Corso -

venerdì 18 agosto 2006

una storia d'altri tempi...


Alla conclusione di una conferenza, sulla Comune di Parigi, tenuta da Victor Serge mentre era in corso la rivoluzione bolscevica, un soldato si alza pesantemente dalla sua poltrona di cuoio, in fondo alla sala. Lo si sente benissimo mormorare, con un tono di comando:
-" Raccontate l'esecuzione del dottor Milliére".
In piedi, massiccio, la fronte chinata in modo che del suo viso non sivedevano che le grosse guance pelose, le labbra imbronciate, la fronte gibbosa solcata di rughe - somigliava a certi busti di Beethoven -,egli ascoltò questo racconto:
"Il dottor Milliére, in rendigote blu scuro e cappello a cilindro,condotto sotto la pioggia attraverso le strade di Parigi - fatto inginocchiare a forza sui gradini del Panthéon -, che grida: "Viva l'umanità!". E la frase della sentinella versagliese, appoggiata alla cancellata qualche passo più lontano:"Adesso ti fottiamo noi con l'umanità!".
Finito che ebbe di ascoltare, il soldato raggiunse il conferenziere. Aveva un segreto a fior di labbra:
"Io sono anche stato nel governo di Perm, l'anno scorso, quando i kulaki si sono sollevati. Io avevo letto per strada l'opuscolo di Arnould "I morti della Comune". Un bel libro! Io pensavo a Milliére, cittadino! E' stato un bel giorno nella mia vita che non ne ha molti. Punto per punto, io l'ho vendicato. E così ho fucilato, sulla soglia della chiesa, il più grosso proprietario del luogo; io non so più il suo nome e me ne fotto..."
E aggiunse, dopo un breve silenzio:
"Ma sono stato io che ho gridato: Viva l'umanità!".

le cose


Gli oggetti non sanguinano.
Coloro che pesano del peso morto delle cose, moriranno come delle cose
Come quelle porcellane che i rivoluzionari mandavano in pezzi, al
"sacco Razumovsky".
Venne loro rimproverato! Ed essi risposero - riferisce Victor Serge -
"Noi romperemo tutte le porcellane del mondo per trasformare la vita.
Voi amate troppo le cose e non abbastanza gli uomini...Voi amate
troppo gi uomini come cose e non abbastanza l'uomo".

Ciò che non è necessario distruggere merita di essere salvato.

giovedì 17 agosto 2006

monumenti e...commenti

ritratti


M.A.B. (1814-1876)

"Bramo una cosa solo - gridava - quel sentimento d'indignazione
che mi è sacro, sino alla fine conservare integro e intatto! -
Imbonitore da fiera, testone, cosacco maledetto! - E' l'amore
del fantastico uno dei vizi capitali della mia natura. - Maometto
senza Corano! - La calma mi conduce alla disperazione. - Un
giocoliere, un papa, uno gnorri! - Il suo cuore e la sua testa
sono di fuoco. "

Sì, Bakunin, proprio così dev'essere stato. Un perpetuo nomadismo,
un forsennato smemorarti di te stesso. Insopportabile,irragionevole, impossibile fosti!
Per conto mio, Bakunin, torna pure, o rimani laddove sei.

"Una lunga figura in marsina blu" sulle barricate di Dresda,
"un volto che sprigionava la più virulenta dele collere." Fuoco
al teatro dell'Opera! E quando tutto fu perso, "pretese, con in
mano la pistola, che il governo rivoluzionario provvisorio
accettasse di saltare in aria (insieme a lui). (Stupefacente sanguefreddo)."
A grande maggioranzza quei signori respinsero la mozione.

Ti ricordi, Bakunin? Sempre la stessa storia. Certo che hai dato fastidio.
Non c'è da meravigliarsene. E continui a dare fastidio. Capisci?
Dai fastidio punto e basta. E perciò ti prego, Bakunin: ritorna.

Interrogato, incatenato al muro nelle casematte di Olmutz,
condannato a morte, deportato in Russia, "graziato al carcere perpetuo:
un essere estremamente pericoloso!" Nella sua cella un amico influente
fa portare un pianoforte Lichtenthal. I denti gli vanno cadendo.
Per la sua opera "Prometheus" inventa "una dolce, struggente melodia,
e per scandirla dondola con fare di bimbo la sua testa leonina."

Ah! Bakunin, questo sei tipicamente tu. ("Dondola la sua testa leonina"
ancora cent'anni dopo, a Locarno). E poiché sei tipicamente tu,
e poiché non ci puoi comunque aiutare, Bakunin, rimani laddove sei.

Relegato in Siberia, fuggito lungo il ceruleo gelo dell'Amur
al di là dell'oceano Pacifico, su brigantini, slitte, cavalli,
treni espressi, attraverso la desertica America, sei mesi interi
senza sosta e infine, a Paddington, poco prima di Capodanno,
precipitatosi dal calesse su per le scale, si getta
tra le braccia di Herzen e grida: "Dove si trovano qui delle
ostriche fresche?"

Poiché tu, tutto sommato, sei incapace, Bakunin, poiché sei negato
come modello come redentore come burocrate come Padre della Chiesa
come poliziotto di destra o di sinistra, Bakunin: ritorna, orsù, ritorna!

Di nuovo l'esilio. "Non solo il frastuono della sommossa, il rumore dei club,
il tumulto nelle piazze; anche l'agitazione della vigilia,
anche gli accordi, le cifre, le parole d'ordine, lo rendevano felice."
Gran senzatetto, perseguitato dalle leggende, dai si dice, dalle calunnie!
"Cuore magnetico", ingenuo e prodigo! "Imprecava e inveiva,
rincuorava e risolveva, per intere giorni e intere notti".

Non è forse così? E poiché la tua "attività", il tuo "ozio", il tuo "appetito",
il tuo "eterno sudare sono di dimensioni sì poco umane",
come tutto te stesso d'altronde, perciò ti esorto, Bakunin, rimani laddove sei.

Dice il suo biografo, l'onnisciente; era impotente. Però Tatiana,
la sorellina proibita, intenta a suonare l'arpa nella bianca casa signorile,
lo faceva impazzire. Nondimeno i suoi tre figli non sono suoi.
Eppure a Necaev, il mitomane, l'assassino, il gesuita, il ricattatore
e martire della Rivoluzione, egli scriveva: "Mio piccolo tigre, mio boy,
mio indocile prediletto! (Il despostismo degli illuminati è il peggiore)."

No, non parliamo d'amore, Bakunin. Tu morire non volevi.
Non eri l'angelo politico-economico della morte. Eri frastornato
come noi, ed eri senza malizia. Ritorna, Bakunin! Bakunin, ritorna.

Infine la notte a Bologna. Era d'agosto. Lui stava alla finestra.
Tendeva l'orecchio. In città nessun segno di vita. Dalle torri rintocchi d'orologi.
L'insurrezione era fallita. Sopraggiungeva la luce. In un carro di fieno
trovò da nascondersi. Rasata la barba, in abito da prete
un paniere d'uova in mano, occhiali verdi, con l'aiuto di un bastone
zoppicò fino alla stazione, per morire in Svizzera, a letto.

Sono tempi ormai lontani. Allora era forse troppo presto, come sempre,
o troppo tardi. Niente ti ha oppugnato, niente hai dimostrato,
e perciò resta, resta dove sei, o, per conto mio, ritorna pure.

"Enorme massa di carne e di lardo", idropisia, morbi vescicali.
Fragorosamente ride, incessantemente fuma, ansima, assillato dall'asma,
legge telegrammi cifrati e scrive con inchiostro simpatico:
"Sfruttare e governare: la stessa identica cosa". E' gonfio e sdentato.

Tutto è cosparso di cenere di tabacco, cucchiaini, giornali.
Davanti alla casa gironzolano le spie. Ovunque caos e sporcizia. Il tempo passa.

L'odor di polizia continua a impregnar l'Europa. Perciò, e
perché in nessun tempo e in nessun luogo,
Bakunin, è esistito, esiste o esisterà un monumento a Bakunin,
io ti prego, Bakunin: ritorna, ritorna, ritorna.

- Hans Magnus Enzensberger -

economisti


"Sebbene sia vero che non tutti i conservatori sono degli stupidi...è vero che quasi tutti gli stupidi sono dei conservatori."
- John Stuart Mill -

mercoledì 16 agosto 2006

facce



"La tua faccia contiene tutto l'amore del mondo. Il chiarore della luna è un ladro che attraversa la tua faccia così piena di tutta la bellezza e la tristezza concepibili. Per ora Morte allunga le sue dita di Vita, e una catena lega le migliaia di generazioni morte alle migliaia di generazioni a venire."

- Edward Munch -



"La faccia umana è un potere svuotato, un campo di morte...dopo innumerevoli migliaia di anni in cui la faccia umana ha parlato & respirato, si ha ancora come l'impressione che non abbia nemmeno cominciato a dire cos'è e che cosa sa."

- Antonin Artaud -

consigli

economie



"La crescita per la crescita è l'ideologia della cellula cancerogena"

- Edward Abbey (1927 - 1989) -

il fumo delle gitanes


Fumo Gitanes. Le fumo da anni. Le fumo perché non amo altro tabacco che quello nero...delle Gitanes. E le Gitanes mi servono anche a suddividere il mondo. A capire le persone. Quelli che rifiutano la sigaretta - che pure avevano chiesto - adducendo un "troppo forte!", a loro avviso. E quelli che, quando tiro fuori il bellissimo pacchetto con sopra la "gypsy" che danza fra volute di fumo blu, hanno come una strana luce che attraversa loro le pupille. E chiedono una di quelle sigarette che, a loro dire, una volta fumavano e che hanno tradito, oramai da anni, per qualche...bionda. Chissà mai perché l'hanno fatto...

lunedì 14 agosto 2006

v for vendetta


Niente male l'Inghilterra di Blair! Quasi letteraria. Un bell'intreccio fra "1984" di Orwell e "V for Vendetta" di Alan Moore. Fantomatici terroristi che viaggiano imbottiti di nitroglicerina, rischiando di farsi saltare in aria ad ogni pié sospinto ben prima di poter condurre a termine il super-attentato che trabocca da tutti i servizi giornalistici.L'effetto è altrettanto deflagrante, come se fosse davvero avvenuto. Il super-stato di polizia comincia negli aereoporti e il terrore generalizzato è quello che viene orchestrato dagli esperti mediatici americani e inglesi.Niente male il governo Blair. Di sinistra! Come è di sinistra quel sindaco che, a Padova, ha fatto alzare un bel muro intorno ad una zona ritenuta "a rischio".

venerdì 11 agosto 2006

fine



"Non deve finire così. Dite loro che ho detto qualcosa."

- le ultime parole di Pancho Villa (1877-1923)

oggi ho...sbagliato...il mondo



Nel libro di Carlo Bordone e Gianluca Testani, "Oggi ho salvato il mondo - Canzoni di protesta 1990 - 2005" per "Arcana", si legge a p.249 che Giorgio 'Zorro' Silvestri (chitarrista dei "Fratelli di Soledad") avrebbe raccontato ai curatori del volume che "La fascinazione per le Black Panther nasceva dalla lettura giovanile della biografia di Malcom X, "Col sangue agli occhi", e dagli scritti di poeti attivisti della controcultura nera come Eldridge Cleaver.".
Peccato che "Col sangue agli occhi" sia un libro di George Jackson (e il membro di un gruppo che prende il nome dal titolo di un volume che raccoglie le lettere dal carcere proprio di George Jackson dovrebbe saperlo!) e peccato che Eldridge Cleaver, ex-ministro dell'informazione del Black Panther Party, non sia mai stato un poeta, anche se ha scritto almeno un libro importante, come "Anima in ghiaccio" che parlava della sua esperienza di criminale e detenuto comune politicizzatosi in carcere.

giovedì 10 agosto 2006

...per carità...



"Detesto la carità. Ho passato il mio tempo a farla, semplicemente
perchè sono troppo debole per imporre la giustizia".

- Jacques Brel -

la libertà di un uomo



“...e nell'89 sono uscito per la prima licenza. Al momento il mio fine pena era il 2010 con...diciamo nell'89 avevo 21 anni scontati circa e altri 21 da scontare. Ho avuto la mia prima licenza, la prima volta sono rientrato, ho avuto la seconda, la seconda sono rientrato, e le cose, diciamo così, si stavano mettendo a posto, avevo richiesto il lavoro, per l'articolo 21...non l'articolo 21, la semilibertà proprio...queste cose qua. Però quando sono stato in licenza ho trovato dei compagni che erano in carcere con me all'epoca, durante il periodo delle lotte, e in questo periodo, quando ero fuori, erano in semilibertà – di giorno erano fuori, lavoravano, e la sera tornavano in carcere. E mi fecero un'impressione penosa, cioè pensai: “noi che abbiamo passato una vita a cercare di distruggere le carceri, di uscire dalle carceri, e ora suoniamo il campanello per entrare”. E ho avuto, come dire, questa crisi personale e ho deciso di non rientrare. Mi sembrava una contraddizione, dico: “vada come vada, questo, la scelta di essere io a diventare il mio carceriere, non la posso fare”. E non sono rientrato.”

- Horst Fantazzini -

mercoledì 9 agosto 2006

terra e libertà



maggio 1937

Scoppiano, improvvisi, violenti contrasti per il controllo della centrale telefonica a Barcellona. Questa, che era controllata dalla CNT, viene attaccata da squadre di Guardie d’Assalto al comando di Rodriguez Sala del PSUC (Partido Socialista Unificado de Cataluna, in pratica il partito comunista della Catalogna). Dal tre al sette maggio si verificano scontri armati ferocissimi con centinaia di morti e feriti. Il cinque dello stesse mese l’anarchico Camillo Berneri viene ucciso da sicari stalinisti. Berneri, giunto in Spagna, fra i primi aveva organizzato subito i nuclei di combattenti internazionalisti. Stimato e amato, aveva attirato l’odio degli stalinisti. Alla fine della battaglia il POUM viene dichiarato illegale. Non è bastata la sollevazione spontanea della base della CNT/FAI e del POUM, a Barcellona come nel resto della Catalogna, per fare pendere la bilancia dalla parte dei “libertari”. I dirigenti dei gruppi contendenti tentano una mediazione che però favorisce la parte comunista. Nel giugno dello stesso anno Andrei Nin, il massimo dirigente del POUM, viene anch’egli ucciso di nascosto da agenti staliniani.

Canzone delle giornate di maggio sull'aria di "¡Ay Carmela!":

CHANT DES JOURNEES DE MAI

La garde d'assaut marche
Boum badaboum badaboum bam bam
Au central téléphonique
Ay Carmela Ay Carmela
Défi aux prolétaires
Boum badaboum badaboum bam bam
Provocation stalinienne
Ay Carmela Ay Carmela
On ne peut laisser faire
Boum badaboum badaboum bam bam
Le sang coule dans la ville
Ay Carmela Ay Carmela
POUM et FAI et CNT
Boum badaboum badaboum bam bam
Avaient seuls pris Barcelone
Ay Carmela Ay Carmela
La République s'arme
Boum badaboum badaboum bam bam
Mais d'abord contre nous autres
Ay Carmela Ay Carmela
A Valence et à Moscou
Boum badaboum badaboum bam bam
Le même ordre nous condamne
Ay Carmela Ay Carmela
Ils ont juré d'abattre
Boum badaboum badaboum bam bam
L'autonomie ouvrière
Ay Carmela Ay Carmela
Pour la lutte finale
Boum badaboum badaboum bam bam
Que le front d'Aragon vienne
Ay Carmela Ay Carmela
Camarades ministres
Boum badaboum badaboum bam bam
Dernière heure pour comprendre
Ay Carmela Ay Carmela
Honte à ceux qui choisissent
Boum badaboum badaboum bam bam

solo una foto



Marina Jinesta, sulla terrazza dell'Hotel Colón di plaza Cataluña, a Barcellona. 21/07/36.

notte



Avvezzo alla notte

Sono diventato avvezzo alla notte.
Ho camminato sotto la pioggia, avanti e indietro.
Andando oltre l'estremo lampione della città.
Guardando dentro i suoi vicoli più tristi.
Passando vicino al poliziotto di ronda
Abbassando gli occhi, riluttante a rispondere.

Ho resistito, fermo, smorzando il suono dei passi
Quando, da lontano, un grido soffocato
E' arrivato, oltre le case, da un'altra strada,
Ma non per richiamarmi indietro o salutarmi.

E, da ancora più lontano ad un'altezza incredibile,
Un orologio, come un astro luminoso nel cielo,
Rivelava che l'ora non era né giusta né sbagliata.
Sono diventato avvezzo alla notte.

- Robert Frost -

martedì 8 agosto 2006

gatti



Il gatto in un appartamento vuoto

Partire - questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto
in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti.
Strofinarsi tra i mobili.
Qui niente sembra cambiato,
eppure tutto è mutato
Niente sembra spostato,
eppure tutto è fuori posto.
E la sera la lampada non brilla più.

Si sentono passi sulle scale,
ma non sono quelli.
Anche la mano che mette il pesce nel piattino
non è quella di prima.

Qualcosa qui non comincia
alla sua solita ora.
Qualcosa qui non accade
come dovrebbe.
Qui c'era qualcuno, c'era,
poi d'un tratto è scomparso
e si ostina a non esserci.

In ogni armadio si è guardato.
Sui ripiani si è corso.
Sotto il tappeto si è controllato.
Si è perfino infranto il divieto
di sparpagliare le carte.
Che altro si può fare.
Aspettare e dormire.

Che provi solo a tornare,
che si faccia vedere.
Imparerà allora
che con un gatto così non si fa.
Gli si andrà incontro
come se proprio non se ne avesse voglia,
pian pianino,
su zampe molto offese.
E all'inizio niente salti nè squittii.

Wislawa Szymborska

venti, più o meno


Una canzone di Greg Brown, "Twenty or so", niente di meno che stupenda. E questo non tanto per il tessuto musicale, peraltro splendido, e per il modo che ha l'autore di raccontarsi, in quella che è la "nostra" mania di "amplificare" il proprio passato. Con un eccesso di indulgenza e di autocompiacimento. Quanto, piuttosto, per il modo "spiritoso" di...augurare. :-) Trovo bellissimo quel "che le tue automobili si possano sempre mettere in moto"!
Pagherei oro affinché qualcuno mi rivolgesse, con spontaneità, un augurio del genere.

Venti, più o meno

Metti via l'inverno nell'armadio: indossa troppi panni.
Porta giù la pala per la neve; porta fuori le vacche.
Sto annusando la dolce primavera, il muschio delle sue cosce, coi suoi piedi nel terreno fertile e i suoi capelli nei cieli.
Stavo rimuginando sui miei cento vecchi amori, a come avevamo ordito la trama del nostro sonno, a come avevamo scalciato via le coperte.
Ma dove ve ne siete andati io non lo saprò mai, e forse erano solo cinquanta, più o meno.

Che tu possa trovare grandi appartamenti ad un affitto molto basso, che ci sia sempre un amico, per te, quando hai finito i soldi, possano i tuoi genitori vivere a lungo; possano i tuoi debiti essere tutti pagati, possano i tuoi vestiti sempre calzarti a pennello; che tutto si aggiusti sempre, per te.

Che tu possa trovare sempre lavori gratificanti; possa tu viaggiare in Francia; che le tue automobili si mettano sempre in moto; che tu possa vivere storie d'amore appassionanti.
Che i tuoi figli siano vigorosi; che tu possa nuotare nel mare, Che ti scappi un sorriso se ti capita di pensare a me.

Mi sento felice; è di nuovo primavera,
mi sento forte; mi piacerebbe rivedervi ancora tutte.
Ma dove siete andate non lo saprò mai,
e forse eravate solo venti. Più o meno.

- Twenty or so - (Greg Brown)


Pietro Germi, macchinista ferroviere


L'avevo visto da ragazzo, non era ancora il 1968, questo film. E l'ho rivisto ieri sera. Non l'avevo mai dimenticato, ricordo che mi colpì allora con la forza di un pugno allo stomaco. L'ho guardato stasera, voracemente, a ricercare il pugno di allora, e l'ho ritrovato. L'ho ritrovato nelle sembianze di Pietro Germi, così simili a quelle di mio padre di allora, e nei percorsi. Ho visto la lunga presentazione de “la valigia dei sogni” su La7, e mai titolo mi è apparso più appropriato mentre mettevo sui piatti della bilancia i miei sogni di allora e i miei sogni di ora. Ho sentito chiudere scusa all'anima di Pietro Germi, per averlo tacciato di anti-comunismo per aver messo in scena ... la classe operaia. La classe operaia, con la sua grandezza. E con la sua miseria. Perché questa era la classe operaia degli anni cinquanta, uscita dalla guerra e dal dopo-guerra. Le battute contro i sindacati e contro i giornali come “L'Unità” bastavano per l'infamante accusa. Anti-comunismo. No, non ne farò questioni patrimoniali, come più volte ha avuto modo di dire il mio amico Oreste. Se lo tengano il “comunismo”. Più del nome conta la sostanza. Conta la “classe”, che non è acqua. E la “classe” è tutto, il fine è nulla. Forse aveva ragione Bernstein!


apuamater


Delirio e castigo. Il disco è un po' che me lo rigiro fra le mani, e che torno ad ascoltarlo. Poi, ieri, mi è arrivato un sms che annuncia, per oggi 7 luglio, la presentazione ufficiale del lavoro degli Apuamater, insieme a Claudio Lolli. Il cd, un supporto masterizzato e con le note di copertina scritte a mano, Davide me lo ha dato mesi fa, all'Istituto De Martino, durante una splendida serata. E' un “concept disk” dal titolo “Delirio e Castigo”, quello inciso dagli “Apuamater indiesfolk; e di concept disk (che Vonnegut mi perdoni per il punto&virgola!) sono anni che non se ne sentono, ragion per cui non mi riesce di non considerarlo un bel punto a suo favore, questo! Ma, assai più che un “concept”, lo si potrebbe definire un'opera folk! Una cadenza quasi teatrale, e qui le esperienze di Davide, da “il nipote di bakunin”alla rappresentazione fatta in Versilia quest'ultimo fine-settimana, sull'opera di uno scultore anarchico, hanno giocato un loro importante ruolo. Il disco comincia con l'unica canzone che già conoscevo, delle tredici che lo compongono. Si chiama “Arca”. Quasi suddivisa in due parti, passa da una foto impietosa del presente, molto dura anche da un punto di vista “musicale”, alla riappropriazione di un passato non troppo lontano dove la musica e le voci, quasi a sottolinearla la valenza di quel passato, si fanno corali e quasi struggenti. Stranamente, “arca” precede il breve prologo che annuncia il disco e che riazzera il tempo alla metà del diciassettesimo secolo. Poi, da “Albatro”all'ironica (fin dal titolo) “etica del sedentario” si passa – introdotti da un breve ma efficace recitativo – ad un “Amleto” che paga il suo debito al “bombarolo”. Dalla Danimarca a Pietroburgo, lo stesso delitto e lo stesso movente. “Raskolnikoff” viene a render conto del suo delirio/delitto. Niente secondini da imprigionare nell'ora di libertà, la pena in “e qualcuno poi disse...” si sconta in qualcosa che sta a metà fra un manicomio e un centro di disintossicazione, come se la libertà fosse una droga di cui bisogna liberarsi (con un gioco di parole). Il viaggio finisce a “Cadice”, finisterrae, dove una volta si diceva finisse il mondo. Prima di scoprire un nuovo .... oltre. E l'augurio, a Davide Giromini e agli Apuamater, è che possano continuare ad andare sempre oltre. Come stanno facendo.

lunedì 7 agosto 2006

"polemiche"


This Land is Their Land
(Dave Van Ronk?)

This land is their land, it is not our land
From their rich apartments to their Cadillac carland
From their Wall Street office to their Hollywood Starland
This land is not for you & me.

As I was walking that endless breadline
My landlord gave me a one-week deadline
& "Labor Action" ran a better headline
This land is not for you & me.

So take your slogan & kindly stow it
If this was our land you'd never know it
Let's join together & overthrow it
This land is not for you & me.

il diritto all'ozio


"Jeovah, il dio barbuto e incazzato, diede ai suoi adoratori l'esempio supremo di pigrizia ideale; dopo sei giorni di lavoro, fece una pausa per tutta l'eternità."
- Paul Lafargue -

memoria


Se riuscire a dimenticare è segno di sanità mentale, il ricordare senza posa è ossessione e follia.

- Jack London - Il vagabondo delle stelle -

le parole d'amore di Claudio Lolli


Non è “facile” Claudio Lolli, nel senso che non sono "facili" le sue canzoni. Non è facile, piùcchealtro perché la musica, spesso, suona come un di più. Moltissime delle sue canzoni sono come se le parole fossero state costrette a seguire una musica inutile, più che brutta. Così si finisce ad ascoltare le parole, quasi in un genere che si potrebbe etichettare come una sorta di rap raffinato!
Ogni tanto, però e per fortuna, viene meno alla sua consegna di “scrittore mancato” riuscendo a regalare un qualcosa di inestimabile, anche se per goderne tocca pagare un piccolo prezzo. Così, ad aver la pazienza di ascoltare tutta una canzone come “Anna di Francia”, si viene premiati! Passati gli oltre due terzi della canzone, a sentirsi raccontare con voce cantilenante, in una serie di diapositive, la storia di Anna - storia magari datata che risale agli anni settanta – ecco che cambia registro e si rimane sorpresi da un Claudio Lolli in grande spolvero capace di mettere in versi ed in musica le più belle parole d'amore che un uomo possa pronunciare, riferendole ad una donna. Forse è per il fatto che adesso si limita a fare dei “reading” con sottofondo musicale, anziché concerti, forse è per questo che, dopo averla stralciata e fatta diventare una canzone a sé stante, nella rilettura fatta insieme a “il parto delle nuvole pesanti” del suo disco sugli “zingari felici”, l'ha abolita dalla versione che dà adesso della canzone. Peccato!


Non sarò per te un orologio,
il lampadario che ti toglie il reggiseno,
quando è tardi, è notte e tu sei stanca
e la tua voglia come il tempo manca.

Non sarò per te un esattore
di una lacrima ventuno volte al mese,
non conterò i giorni alle tue lune
per far l'amore senza rimborso spese.

Non sarò per te solo lo specchio
di una faccia che non cambia mai vestito,
non sarò il tuo manico di scopa
travestito da amante o da marito.

Non sarò quel cielo grigio quel mattino,
il dentrificio che fa a pugni con il vino,
non sarò la tua consolazione,
e neanche il padre del tuo prossimo bambino.

Per questa volta almeno sarò la tua libertà,
per questa volta almeno solo la tua libertà,
per questa volta almeno la nostra libertà
e la piazza calda e dolce di questa città.