lunedì 31 luglio 2006

ri...pensandoci


"Certo, eravamo giovani.
Certo, eravamo arroganti.
Eravamo ridicoli, eravamo eccessivi,
eravamo avventati, sciocchi.
Ma avevamo ragione."

Abbie Hoffman

tribunali, carceri........


CANCELLIERE
Compagni silenzio! entra la Corte!
PRESIDENTE
Introducete l'imputato
CANCELLIERE
Questo tribunale è costituito dai compagni:
Bruni, meccanico.
Gianni, taxista.
Rossi, contadino.
Paoli, studente.
Neri, pensionato.
Presiede il compagno Bori, tranviere.
ACCUSA
Compagno imputato,
perché hai commesso questo reato?
Vuoi dirci in cosa abbiamo sbagliato?...
- "Tribunale del popolo"
di Sante Notarnicola. -
(Volterra, 13 febbraio 1971)

utopie


"E' bello avere intorno persone cui non devi spiegare le battute"
- The Return of the Secaucus Seven - John Sayles

venti luglio


Ci vorrebbe il tempo giusto! Bruma, e una pioggerellina fredda e insistente. Di certo non questo cielo di un azzurro infinito. Certamente non questa luce accecante. E di sicuro non ci vorrebbe questo mare lucente, reso calmo da una brezza di maestrale che lo increspa appena. Viene voglia di andarsene e portarlo via, a pescare! Per poter stare, ancora una volta, l'uno accanto all'altro. In silenzio, gli occhi semichiusi per il sole. Senza pensare. Senza dover dire. Senza dover valutare, come passandoselo da una mano all'altra, il peso di quel che mi ha insegnato: il suo senso di giustizia, il suo amore per la verità, di qualunque veste si ammanti, e il saper ricacciare indietro la paura. Senza ignorarla, guardandola negli occhi. Così come ora ricaccio indietro le mie lacrime e mi dico che non sarei mai stato quel che sono senza la sua sconfinata fiducia e la sua timida approvazione.

martedì 18 luglio 2006

servi, senza se e senza ma


Il "compagno Bertinotti Fausto", dopo aver svolto assai diligentemente l'autocritica ... altrui (che lui ce lo vedo poco, se non per interposta persona!) circa la necessità della non-violenza, adesso ci fa sapere che bisogna mettersi l'elmetto e andare in Afghanistan.
Una poltrona val bene una guerra. Per i peana sulla non-violenza ci sarà tempo, al prossimo apparire del black bloc!

lunedì 17 luglio 2006

il vero è un momento del falso


“La coerenza della società dello spettacolo ha dato ragione in un certo modo ai rivoluzionari, perché è ormai chiaro che non si può riformare il suo dettaglio più insignificante senza disfare l'insieme.”

Guy Debord – Commentari alla società dello spettacolo


...che schiava di roma, iddio la creò!

Non ho mai capito se sia l'Italia o la vittoria (o addirittura la chioma stessa!) ad essere stata creata schiava di Roma, ma qualcuno dovrebbe informare quei tanti milioni di vincitori della coppa del mondo di calcio che, stante quel che cantano in coro, non hanno motivo di lamentarsi per lo striscione sotto il palco, al circo massimo, dove si leggeva che “Roma ringrazia gli azzurri”, anziché (come hanno lamentato da più parti) “l'Italia ringrazia gli azzurri”. A questo punto vien da dubitare che siano anche pronti alla morte, qualora l'Italia dovesse chiamare! Sono certo che nessuno si offenderà, così come nessuno si è offeso per la croce celtica che firmava il manifesto che nello stesso circo massimo portava il Buffon(e) nazionale per informarci tutti di quanto lui sia fiero di essere italiano!

venerdì 14 luglio 2006

what a wonderful world


L'ultimo capitolo di uno dei più bei libri che ho letto lo scorso anno - “Scirocco” di Girolamo De Michele – ha per titolo “What a wonderful world”. E la lista di canzoni che segue (Original soundtrack) precisa come la versione cui si riferisce sia quella eseguita da Nick Cave e Shane MacGowan (anche se quest'ultimo viene erroneamente riportato come “McGowan”).

I see trees of green, red roses too
I see them bloom, for me and you
And I think to myself, what a wonderful world

Vedo alberi verdissimi, e rose rosse
Le vedo fiorire, per te e per me
E dico a me stesso che mondo meraviglioso che è questo.

Potrebbe sembrare strano chiudere un romanzo, che insieme a “L'amore degli insorti” di Stefano Tassinari potrebbe essere usato come libro di testo per un corso di .... educazione alle lacrime, con una melodia del genere. Una canzone che ti viene da ripercorrere solo quelle poche volte che il mondo, per qualche strana ragione, ti sembra essere ... migliore. Una canzone assai conosciuta nella versione canonica che ne da Louis Armstrong. Questa è meglio! A due voci: quella bassa e tenebrosa del pianista, Nick Cave, australiano; e quella roca e sgraziata, quasi stonata, di Shane Macgowan, irlandese, già leader dei Pogues. E potrebbe parlare d'Irlanda questa canzone! Anzi, lo fa senz'altro, nelle corde della voce di MacGowan. Ma il contrappunto scuro dell'australiano è fondamentale!

I see skies of blue, and clouds of white
The bright blessed day, dark sacred night
And i Think to myself, what a wonderful world

Vedo cieli di azzurro, e nuvole di bianco
Il benedetto giorno luminoso, la sacra notte scura
E dico a me stesso, che mondo meraviglioso che è questo.

A due voci. Maschili, come in uno di quei film di “amicizia virile”, da uomini senza donne. Che sia western o meno. Dove la donna è l'assenza. Quello che manca. Come a dire, che triste meraviglioso mondo!
E, infatti, niente donne dentro questa canzone.

The colors of the rainbow, so pretty in the sky
Are also on the faces, of people going by
I see friends shaking hands, sayin' “how do you do?”
They're really sayin' “i love you”.

I colori dell'arcobaleno, così belli nel cielo
Li ritrovo anche sulle facce delle persone
Vedo amici che battono le mani, chiedendo “come va?”
E in realtà ciascuno sta dicendo “ti amo”.

Niente donne. Maledizione d'Irlanda, dove le donne più belle e più desiderabili sono “banshee”. Portano sventura, loro malgrado, agli uomini che incontrano. Portano male a chi vuol loro bene.

I hear babies cryin', i watch them grow
They'll learn much more than i'll ever know
And i think to myself, what a wonderful world
Yes i think to myself, what a wonderful world
Oh yeah

Sento i bambini che piangono, li guardo crescere
Impareranno molte più cose di quanto io ne abbia conosciute
E dico a me stesso, che mondo meraviglioso che è questo
Sì dico a me stesso che mondo meraviglioso
Oh sì.

Dicono, in Irlanda, che agli uomini basterebbe avere un pizzico di sale in tasca, per non lasciarsi confondere dalle banshee; per sentire il vento che soffia là fuori. E lasciare il piattino con il latte, fuori della porta. La sera.


giovedì 13 luglio 2006

tre accordi e la verità


"Al banco del bar, il gigante barbuto beve la sua "root beer" ad occhi
chiusi e ascolta. Ci ritrova la storia della sua vita, e della vostra.
Sa bene che chi canta sa le stesse cose di chiunque altro, solo che
chi canta ha la forza e il coraggio di dirle."

Christopher Cook, Robbers

vivere



"Kleist che brucia due volte i suoi manoscritti...
Piero della Francesca cieco alla fine dei suoi giorni...
Ibsen colpito da amnesia che impara di nuovo l'alfabeto...
Coraggio! Coraggio!"

Albert Camus

mercoledì 12 luglio 2006

corto ... come un sogno


Io non c'entro niente con questa storia...ho sentito un'esplosione e sono venuto a vedere”, sono le parole che Corto Maltese, nelle sue storie, si trova assai spesso a pronunciare. Servono a spiegare (?) la sua presenza nei vari ed innumerevoli posti in cui si viene a trovare. Magari, le avrebbe usate, se Hugo Pratt gliene avesse dato la possibilità, per spiegare (o non spiegare) la sua presenza in Spagna durante la guerra civile. Già, perché è proprio lì che il marinaio, nato a Malta, andrà a morire. Sul fronte aragonese, nel 1937. Una storia mai scritta, quella spagnola, se non, forse, nella linea della fortuna disegnatasi da sé solo, col rasoio, sulla mano.
Una storia mai scritta, tranne che in queste tre tavole di Bonvi.





martedì 11 luglio 2006

borgotordo



Facce senza dio (Devil's Angels).Un film del 1967, prodotto da Roger Corman e diretto da un misconosciuto Daniel Haller (destinato a specializzarsi come regista di serie tv), su soggetto e sceneggiatura di Charles B. Griffith .
John Cassavetes (Cody) è il capo di una banda di motociclisti (The Skulls). Per sfuggire ai poliziotti che li stanno braccando, per aver provocato la morte incidentale di un passante, decide di guidarli verso un posto che, con ogni probabilità, non esiste: Borgo del Tordo, adagiato in una qualche baia, luogo utopico di pace e di tranquillità, di cui qualcuno, un tempo, gli ha parlato. La banda non ci arriverà mai. Il verificarsi di una concatenzione di eventi, farà sì che Cody, alla fine, abbandonerà la banda e si allontanerà, da solo, sulla sua moto. Verso Borgo del Tordo?

il linguaggio dell'amore


E' un piccolo racconto, di Robert Sheckley (scrittore di fantascienza, e morto). Credo di ricordare che ha per titolo “Il linguaggio dell'amore”. La fantascienza è solo un grande pretesto, per dire. Parla di un uomo perdutamente innamorato di una donna. L'unico scopo nella vita di quest'uomo è di poter riuscire a dire, con parole perfette, quale sia la reale portata del proprio amore nei confronti della donna. In un bar, mentre beve per trarre da sé, grazie all'alcool, le parole giuste, viene a sapere che in un pianeta lontanissimo, oltre i bordi della galassia conosciuta, esiste una razza aliena che ha creato un linguaggio in grado di poter esprimere ogni reale sfumatura dei sentimenti, umani o simil-umani. E' la loro unica creazione, la loro unica arte. Ed è perfetta. L'uomo si mette in viaggio, e dopo innumerevoli peripezie, riesce a raggiungere lo sperduto pianeta, dove rimane per mesi e mesi a studiare il linguaggio dell'amore, di modo che poi possa riuscire a renderlo con pari intensità anche nella propria lingua. Ora sa. Ora conosce le parole perfette per poter esprimere, senza tema di fraintendimenti, quello che prova nel profondo del proprio cuore. Ripercorre la distanza, con un po' meno peripezie, che lo separa dal coronamento del proprio sogno, e quando si trova al cospetto della donna amata, alla fine, pronuncia le parole:

Ti sono sinceramente affezionato!

E cosa vorrà dire questa storia? Me lo sono sempre chiesto, e continuo a chiedermelo. Vuole essere una banalizzazione del “grande amore”, negandone l'esistenza? Oppure vuole solo essere una condanna di quel gran coglione del protagonista, che invece di viverselo, l'amore, lo pianta in asso per andare ad inseguire il proprio egoismo e la propria vanità?

Sarei portato a propendere per la seconda ipotesi!

Ah, come al solito, chissà poi perché, la donna non c’è mai in questo genere di storie!

lunedì 10 luglio 2006

"vinca il migliore!" "speriamo di no."



Il film è "Quella sporca ultima meta" ("The longest yard") di Robert Aldrich. La battuta è quella finale, quando Burt Reynolds domanda allo "scopino" che si sta facendo - praticamente - un ergastolo, per aver picchiato, a suo tempo, il secondino che poi sarebbe diventato direttore del carcere, se ne fosse valsa la pena. E la risposta è "Sì, ne è valsa la pena!"

un altro otto luglio ...



"Tornano tutti
tranne i migliori amici
tranne le più amate
e generose donne.
Tornano tutti
non quelli che ti mancano di più."

Da una canzone di Vladimir Vyssotsky

venerdì 7 luglio 2006

una fotografia


"Le persone che si pigiavano sui moli di Alicante erano di condizione
molto diversa, ma condividevano un destino comune ed erano agitate da
identiche correnti di estremo scoraggiamento...La notte accendevano
dei falò, attorno ai quali si riscaldavano e si assopivano i fuggitivi
le cui speranze sarebbero state frustrate...Non c'è dubbio che nel
porto di Alicante ci fu un alto numero di suicidi. Un uomo salì in
cima a un lampione, vi restò molto a lungo, parlando come un folle in
tono apocalittico. Alcuni dicono che si lanciò sul selciato, altri che
prima di cadere si sparò un colpo di pistola.....C'era chi si gettava
in mare e affogava, e chi una volta in acqua se ne pentiva e chiedeva
aiuto. Molti si sparavano. La voglia di suicidio si diffondeva come un
contagio."

Questa è una testimonianza dello storico Romero circa i profughi della
repubblica spagnola che, nel marzo del 1939, cercavano di fuggire per
gli ultimi porti spagnoli non ancora occupati dai falangisti. Erano i
più deboli. Quelli che erano stati incapaci di affrontare l'estenuante
esodo a piedi attraverso ai pirenei.
La fotografia della sconfitta, scattata da Robert Capa, risale a
qualche mese prima. Risale al 25 ottobre 1938, quando le migliaia
di volontari internazionali si apprestano a lasciare la Spagna. Sono
le immagini della sconfitta definitiva. Sono gli sconfitti dell'ultimo
sogno utopista in un'Europa che si appresta a dimenticarli in fretta.

giovedì 6 luglio 2006

magnolia


Ogni tanto, nella mia memoria, rifiorisce un alberello. Un alberello di magnolia, insieme al .....ricordo. La mia magnolia!
La mia magnolia(stellata) era una di quelle presuntuose che fiorisce a febbraio. Un febbraio di ventitre e passa anni fa, un febbraio freddo, seguìto ad un freddo gennaio. Ero (no, non è un errore di battitura: ero proprio io ad essere) di febbraio, anche quell'anno, e aspettavo primavera. Sbatacchiato fra un amore infelice e un amore diviso avevo scelto la terza strada, la mia. Avevo preso le mie carabattole ed avevo lasciato la città, andandomene a vivere in una strana casa colonica, insieme ad un camionista, complice delle mie scorribande per l'europa, e ad un elettricista. La casa si trovava in cima ad un poggio, al di sotto di un bosco, sopra un lago. Il lago di vetrice. Per arrivarci c'era un infernale sterrato, con una pendenza di tutto rispetto, che la mia dyane affrontava anche sei volte al giorno. Con spavalderia tutta francese. Fra le tantissime cose, per lo più libri e dischi, che mi ero portato dietro, avevo deciso di caricarmi sulla macchina, senza un motivo ben preciso, un gigantesco e pesantissimo vaso di coccio in cui, dentro, era piantata, per l'appunto, una magnolia stellata.
Non ho proprio idea del perché lo feci, all'epoca! Fatto sta che, per qualche imperscrutabile motivo, avevo deciso di prendere quell'alberello e di trapiantarlo in uno spazio che avevo creato apposta, costruendolo e delimitandolo come un'aiuola, nel terreno di fronte alla porta di casa - accanto ad una panchina, ombreggiata da un gigantesco noce. E così feci!

Mai dormire sotto un noce, dice la saggezza popolare, anche se non ricordo il perché. Ma questo non c'entra niente.

La storia vuole continuare a parlare di febbraio, della pianta di magnolia e dei giorni passati a sincerarmi che l'alberello attecchisse. Lo curavo come il figlio che ancora non avevo. Lo annaffiavo, cercando di non esagerare, e lo ripulivo delle erbacce che lo insidiavano. Aspettavo un segno tangibile che mi rassicurasse circa il fatto che si era ben ambientato nel terreno. Attendevo un suo sì. Una sera di quel mese, al primo piano di quella casa isolata fra stelle e lago, decisero di festeggiarmi il trentesimo compleanno. Eravamo una cinquantina di persone, complice anche il carnevale che ha l'abitudine di cadere dalle mie parti, e complici, soprattutto, le esperienze comuni non ancora diventate stantìe. Cos'altro avrebbe potuto portare tutta quella gente in quel posto? Ricordo che era tarda notte quando, la festa ancore al culmine, decisi che era meglio andare a vomitare via, nel bosco (a cercare i miei fantasmi, di notte, ci sono andato altre volte, da sobrio. Non quella sera!) un po' di quell'eccesso di alcool che avevo ingurgitato, abusandone. Aveva da poco cominciato a nevicare, lentamente, e mentre prendevo, con una bestemmia alla neve, la strada per il bosco, in un momento di lucidità mi girai verso il mio alberello e mi resi conto che quello che aveva imbiancato la mia magnolia non era la neve.
Aveva deciso di cominciare a fiorire la notte del giorno del mio compleanno, e io che non me ne ero accorto in tempo!

mercoledì 5 luglio 2006

una poesia


IL TESTAMENTO
di Kriton Athanasoulis

Non voglio che tu sia lo zimbello del mondo
Ti lascio il sole che lasciò mio padre a me
Le stelle brilleranno eguali e eguali ti indurranno le notti al dolce sonno
Il mare t'empirà di sogni

Ti lascio il mio sorriso amareggiato
Fanne scialo ma non tradirmi
Il mondo è povero oggi
S'è tanto insanguinato questo mondo ed è rimasto povero
Diventa ricco tu guadagnando l'amore del mondo

Ti lascio la mia lotta incompiuta
e l'arma con la canna arroventata
Non l'appendere al muro
Il mondo ne ha bisogno

Ti lascio il mio cordoglio
Tanta pena vinta nelle battaglie del mio tempo
E ricorda
Quest'ordine ti lascio
Ricordare vuol dire non morire
Non dire mai che sono stato indegno
che disperazione m'ha portato avanti
e son rimasto indietro
al di qua della trincea

Ho gridato
gridato mille e mille volte "NO"
ma soffiava un gran vento, e pioggia e grandine hanno sepolto la mia voce

Ti lascio la mia storia
vergata con la mano di una qualche speranza
A te finirla

Ti lascio i simulacri degli eroi
colle mani mozzate
ragazzi che non fecero a tempo ad assumere austera forma d'uomo
Madri vestite a bruno
Fanciulle violentate
Ti lascio la memoria di Bhelsen e Autschwiz
Fa' presto a farti grande
Nutri bene il tuo gracile cuore con la carne della pace del mondo, ragazzo

Ragazzo
impara che milioni di fratelli innocenti svanirono d'un tratto nelle nevi gelate
in una tomba comune e sfregiata
Si chiamano nemici
Già: i nemici dell'odio
Ti lascio l'indirizzo della tomba
perchè tu vada a leggere l'epigrafe

Ti lascio accampamenti di una città con tanti prigionieri dicono sempre SI'
ma dentro loro mugghia l'imprigionato NO dell'uomo libero
Anch'io sono di quelli che dicono di fuori il sì della necessità
ma nutro dentro il NO

Così è stato il mio tempo
Gira l'occhio dolce al nostro crepuscolo amaro
Il pane è fatto pietra
L'acqua fango
La verità un uccello che non canta

E' questo che ti lascio

Io conquistai il coraggio di essere fiero
Sforzati di vivere
Salta il fosso
Da solo
E fatti libero

Attendo nuove
E' questo che ti lascio

leninismi


A Mosca minacciata dall'armata bianca, si obiettò a Lenin che aveva deciso di mobilitare i condannati di diritto comune:
"No, non con quelli."
"Per quelli!" disse Lenin

martedì 4 luglio 2006

Perché


Un vecchio andava tutte le sere a cantare il tramonto in una grotta in cima alla montagna. E tutte le sere un bambino lo seguiva per osservarlo a distanza. Un giorno il bambino gli domandò: "Canti da solo. La tua gente è dispersa, disgregata, sterminata dall'alcool, la fatica, la fame, le droghe, il carcere... Ormai parlano solo la lingua dell'impero e non sono nemmeno in grado di capirti... perché continui a cantare? Sei rimasto solo".
Il vecchio rispose: "Se non lo facessi vorrebbe dire che hanno preso anche me".

lunedì 3 luglio 2006

Blue Wing



Non mi piacciono gli “affetti tristi”. E non vorrei mai comunicarli. Ecco, ora questa canzone – che è, a mio avviso, non meno che bellissima – non è triste, anche se racconta una storia triste. Una di quelle storie che parlano di quelle persone, rispetto alle quali ti senti fortunato, mentre sei al caldo e al sicuro della tua casa. Chissà quante di quelle persone hanno storie come questa, da raccontare. Ala Blu è un nativo americano, uno di quelli cui hanno portato via tutto, tranne un tatuaggio sulla spalla e un sogno da raccontare sulle parole di una canzone dal sapore antico.
Ho detto storia? Buffo, anche perché se si vanno a leggere e riascoltare le parole, ci si accorge come nella canzone prevalgano i luoghi. Alaska, Walla Walla, Seattle....... Di modo che queste canzoni sembrano inscriversi più nella geografia che nella storia! E ci sarà pure un motivo. Forse la storia è rigida, è fissa. Mentre la geografia ci permette di muoverci, di ....diventare.
Si ascolta e si diventa Ala Blu, in qualche modo. O meglio, “ci incontriamo” con Ala Blu.
Da un'altra parte rispetto a quello che è lui e a quello che siamo noi. Credo che sia questo il compito che ha da svolgere una canzone, un libro, un film, un quadro. Niente da comprendere, niente da interpretare. Solo un “andare verso”. Un incontrarsi. Come fra le persone. Dove quello che ci si scambia è qualcosa che si trova fra i due, fuori di essi. Incontrare significa trovare, catturare, rubare. Il contrario di plagiare, copiare, imitare o simulare.

Blue Wing ( Tom Russell)


C'era un'ala blu tatuata sulla sua spalla
Non so se fosse l'ala di un qualche uccello blu
Però quando era ubriaco fatto cominciava a parlare dell'Alaska
Della pesca al salmone e degli anni intorno al 1945.

Diceva di esserselo fatto, quel tatuaggio, a Walla Walla
Quando stava in cella insieme a Little Willy John
E Willy una volta era stato un grande cantante di blues
E l'alato willy gli aveva scritto una canzone, Che diceva...

“E' scuro qua dentro; non si vede il cielo
Ma guardo la mia ala blu e chiudo i miei occhi
E volo via, al di là di queste mura
Sopra le nuvole dove non scende mai la pioggia sui sogni di un pover'uomo.”

Lo misero fuori sulla parola nell'agosto del 1963
Se ne andò verso nord a raccogliere mele dalle parti di Wenatchee
Poi l'inverno alla fine lo sorprese mentre lavorava in un luna park
nella parte sud di Seattle, là dove i giorni scorrono grigi e scuri.

E si ubriacava e sognava di quando i salmoni nuotavano liberi
E i padri dei suoi padri attraversarono l'antico tempestoso mare di Bering
E la terra apparteneva a ciascuno e c'erano ancora antiche canzoni da cantare
Ora tutto quello che rimane è un motel da quattro soldi e un'ala tatuata in prigione.

Così lui finì di bersi la sua vita a Los Angeles;
E fu laggiù che morì
E non c'era nessuno che conoscesse il suo nome di battesimo e non c'era nessuno a piangerlo.
Ma io sognai che c'era stato un funerale;
un predicatore e una cassa di pino a buon mercato.
E a metà della funzione, Ala Blu cominciò a parlare. Egli disse...

“E' scuro qua dentro; non si vede il cielo
Ma guardo la mia ala blu e chiudo i miei occhi
E volo via, al di là di queste mura
Sopra le nuvole dove non scende mai la pioggia sui sogni di un pover'uomo.”

La tecnica dello scrittore in tredici tesi


di Walter Benjamin

I. Chi intende procedere alla stesura di un'opera di vasto respiro si dia buon tempo e, al termine della fatica giornaliera, si conceda tutto ciò che non ne pregiudica la continuazione.
II. Parla di quanto hai già scritto, se vuoi, ma non farne lettura finché il lavoro è in corso. Ogni soddisfazione che in tal modo ti procurerai rallenterà il tuo ritmo. Seguendo questa regola, il desiderio crescente di comunicare diverrà alla fine uno stimolo al compimento.
III. Nelle condizioni di lavoro cerca di sottrarti alla mediocrità della vita quotidiana. Una mezza quiete accompagnata da rumori banali è degradante. Invece l'accompagnamento di uno studio pianistico o di uno strepito di voci può rivelarsi non meno significativo del silenzio tangibile della notte. Se questo affina l'orecchio interiore, quello diventa il banco di prova di una dizione la cui pienezza soffoca in sé persino i rumori discordanti.
IV. Evita strumenti di lavoro qualsiasi. Una pedante fedeltà a certi tipi di carta, a penne e inchiostri ti sarà utile. Non lusso, ma dovizia di codesti arnesi è indispensabile.
V. Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, e tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri.
VI. Rendi la tua penna sdegnosa verso l'ispirazione ed essa l'attirerà a sé con la forza del magnete. Quanto più lento sarai nel decidere di mettere per iscritto un'intuizione, tanto più matura essa ti si consegnerà. Il discorso conquista il pensiero, ma la scrittura lo domina.
VII. Non smettere mai di scrivere perché non ti viene più in mente nulla. E' un imperativo dell'onore letterario interrompersi solo quando c'è da rispettare una scadenza (un pasto, un appuntamento) o quando l'opera è terminata.
VIII. Occupa una stasi dell'ispirazione con l'ordinata ricopiatura del già scritto. L'intuizione ne sarà risvegliata.
IX. Nulla dies sine linea: sì, però qualche settimana.
X. Non considerare mai perfetta un'opera che non t'abbia tenuto una volta a tavolino dalla sera fino a giorno fatto.
XI. La conclusione dell'opera non scriverla nel solito ambiente di lavoro. Non ne troveresti il coraggio.
XII. Gradi della composizione: pensiero, stile, scrittura. Il senso della bella copia è che in questa fase l'attenzione va ormai soltanto alla calligrafia. Il pensiero uccide l'ispirazione, lo stile vincola il pensiero, la scrittura ripaga lo stile.
XIII. L'opera è la maschera mortuaria dell'idea.