martedì 8 agosto 2006

Pietro Germi, macchinista ferroviere


L'avevo visto da ragazzo, non era ancora il 1968, questo film. E l'ho rivisto ieri sera. Non l'avevo mai dimenticato, ricordo che mi colpì allora con la forza di un pugno allo stomaco. L'ho guardato stasera, voracemente, a ricercare il pugno di allora, e l'ho ritrovato. L'ho ritrovato nelle sembianze di Pietro Germi, così simili a quelle di mio padre di allora, e nei percorsi. Ho visto la lunga presentazione de “la valigia dei sogni” su La7, e mai titolo mi è apparso più appropriato mentre mettevo sui piatti della bilancia i miei sogni di allora e i miei sogni di ora. Ho sentito chiudere scusa all'anima di Pietro Germi, per averlo tacciato di anti-comunismo per aver messo in scena ... la classe operaia. La classe operaia, con la sua grandezza. E con la sua miseria. Perché questa era la classe operaia degli anni cinquanta, uscita dalla guerra e dal dopo-guerra. Le battute contro i sindacati e contro i giornali come “L'Unità” bastavano per l'infamante accusa. Anti-comunismo. No, non ne farò questioni patrimoniali, come più volte ha avuto modo di dire il mio amico Oreste. Se lo tengano il “comunismo”. Più del nome conta la sostanza. Conta la “classe”, che non è acqua. E la “classe” è tutto, il fine è nulla. Forse aveva ragione Bernstein!


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